Mese: gennaio 2015

Dei film di supereroi

A quanto pare, è uscito il trailer del reboot dei Fantastici Quattro. Ecco, giusto due parole ora.

Che. Cazzo.

Solo queste due parole. Che cazzo.

Avrei dovuto spegnere il video già a “dai produttori di X-men: days of future past”.

Perché? Cos’è questa roba cupa da Nolan? Ma vi siete fritti il cervello? (Beh che dopo X-men: days of future past un po’ me lo aspettavo che non ci fosse più una mente pensante dietro a sti film).

Allora, come dice il Maestro, la tendenza da sempre, per motivi a noi sconosciuti, è che i film della Marvel sono prodotti di intrattenimento felice, senza pensieri, mentre quelli della DC sono roba da cilicio e digiuno. Non dico che sia un bene, che i film Marvel siano tutti delle puttanate, ma se ci fai l’abitudine e vai lì per vedere i tuoi (miei) personaggi preferiti fare le battutine e le cagatelle consapevole di aver fatto questa scelta ci può anche stare. Basti guardare Guardians of the galaxy, il più cagata degli ultimi film marvel e quello che più mi è piaciuto alla fine. Senza pretese. Divertente, cose che esplodono, epicità a pacchi, colonna sonora indiscutibilmente figa.

Perché la Marvel non è quasi mai stata così cupa. Così pesante. Era quella colorata. Quella con un circo come villains. Giuro. Se Nolan mi fa un film di Batman in cui si soffre per due ore, certo che ne sono contento. Batman è sofferenza, e così va tradotto. (Fun fact: non ho visto nessuno degli ultimi film tratti da fumetti DC. E per ultimi intendo tipo degli ultimi 6-7 anni.) Con personaggi così puoi fare cose di una dimensione epica.

Con la Marvel mette male. Devi andarti a cercare gente sconosciuta ai più (e clone di Batman), oppure Silver Surfer se vuoi buttarla sul filosofico.

Ma tu no, tu mi vai a fare un film su un tipo che si allunga a piacere, uno che va a fuoco, una donna che non si vede e un uomo roccia e vuoi farlo serio alla Batman. E ben, dici, c’è il Dottor Destino. Passato tormentato, voglia di vendetta, il peso di una nazione su di lui, la nobiltà, la stregoneria, è un blogger e programmatore.

What.

Aspetta un attimo.

E non si chiama Von Doom ma è il suo nickname.

Ma allora ti vuoi male. L’unica cosa che potevi prendere paro paro dal fumetto per fare una cosa seria te me la smorzi così. Per dargli un modo ggggiovane di esistere. Potevi prendere dalla saga ultimate (cosa che mi pare tu abbia fatto, visto il portale per la zona N) e metterlo con loro. No. Un blogger.

Non dico che adattare i film di supereroi sia una cosa facile. Prendere un prodotto della cultura di 45 anni fa e schiaffarli nell’era di internet e dei selfie (giuro che se vedo i F4 farsi un selfie vado a prendere a schiaffi il regista). Ed è un lavoro delicato. Capisco quindi tagliare qualcosina. Cambiare dettagli che, per quanto possa dare fastidio, alla fine riescono a recuperare il personaggio. Ma qui hai spogliato Victor Von Doom della sua regalità. Del suo potere. Di ciò che lo rendeva Destino: l’arroganza, la supponenza, l’impossibilità di vedere in se stesso il responsabile dei propri sbagli (Cioè, Destino era il prototipo del giocatore medio di Solo q a LoL). E spogliato di quello cosa rimane? Rimane un frustrato senza motivi.

Che alla fine, della Marvel sono belli i villain. Gli eroi sono un po’ noiosi alla fine. Simpatici compagnoni, non dimentichiamocelo, Spider-Man ha fatto delle battutine un’arte, e Tony Stark era un alcolizzato donnaiolo, ma non epici. Normali. Era anche quello che ha reso la Marvel così grande, la normalità dei suoi eroi, la possibilità di immedesimarsi (supereroi con superproblemi anyone?)

E per compensare, tra l’immensa schiera di villain tamarri e stupidi (uno su tutti Il Trichecho. Rigiuro.) c’erano delle figure di un’epicità immensa. Il Goblin. Appunto, il Dottor Destino. Magneto.

Magneto. L’immenso Magneto. Che mi porta a un altro argomento: chi hanno chiamato per fare Magneto? Ian McKellen. Che è più che immenso. Vedi l’importanza del casting? Ian McKellen era già Magneto. Da quando era nato. Come tutti i Dottori di Doctor Who lo erano già.

E tu mi prendi la torcia umana nera.

Dai. Capisco la Cosa, che può avere un suo malato perché farla di colore, ma la Torcia? Perché? Per le battutacce sul fatto che si sia bruciata? Vivevo anche senza. Questa cosa del DOVER mettere qualcuno di colore a caso mi ha un po’ rotto le palle. Il politically correct fa schifo.

In sostanza, quindi, sto trailer non mette hype, fa sospirare, ma di rassegnazione. Ormai i film di supereroi servono solo a lamentarsi. Che a me piace anche, non dico di no, però un minimo. Fatemi lamentare del fatto che i peli della sopracciglia destra di Reed Richards fossero 48 in meno rispetto al fumetto, non del fatto che il Dottor Destino è un cazzo di blogger.

Ma tanto lo sappiamo che andrò a vedere anche questo film e verrò fregato dalla scena finale. Che sono sicuro tireranno fuori gli Inumani e sarò lì come un bambino a girarmi verso gli altri e “GLI INUMANI CRISTO GLI INUMANI SARÀ LA COSA PIÙ FIGA DEL MONDO!”

E poi Freccia Nera sarà tipo il proprietario di un autogrill.

La presa

Non mi succedeva da tempo, di essere preso da un’opera. Mi è successo ora due volte in due giorni, prima con una serie tv (Mozart in the jungle) e poi con un libro (Fahrenheit 451), per motivi diversi.

Essere presi, davvero presi, è una cosa magnifica. La maggior parte delle cose che ho letto, visto o giocato negli ultimi anni non erano così. Erano modi di passare il tempo, belli certo, fatti bene, ma non mi ci ero connesso così profondamente. Non sono più i tempi nei quali passavo pomeriggi a leggere Hemingway o ore a giocare ai pokémon. Ora quando guardo qualcosa, gioco, leggo, è per distrarmi, spesso faccio due delle tre cose assieme (grazie Blizzard per aver messo hearthstone su tablet), non mi appassionavo più di tanto. Nella mia infanzia ho letto TANTO e giocato TANTO, quindi da qualche anno a questa parte non trovavo più cose che mi stupissero o catturassero. Perfino la Trilogia della Fondazione di Asimov, che ho finito di leggere qualche settimana fa, per quanto fosse bellissima e uno dei libri caposaldo di qualsiasi cosa fosse stato scritto dopo il 1960, non mi aveva preso. La leggevo perché era bella, nelle pause tra le lezioni, ogni tanto in casa, ma non si legava a me così strettamente, sapeva di già visto, era prevedibile (una prevedibilità dettata dall’uso spropositato che è stato fatto dei canoni e delle idee usate nella trilogia da parte di ogni singolo scrittore/regista/programmatore degli ultimi 70 anni, certo, ma comunque una prevedibilità che in parte mi ha tolto un po’ del piacere della scoperta che c’è nel leggere). Per le serie tv avevo bisogno di almeno tre o quattro episodi per essere preso, anche un’intera stagione. Non c’era niente che mi colpiva subito, c’erano certo cose che mi intrigavano (Fargo, sto guardando te, insieme a Parks and Recreation) ma avevano bisogno di tempo per sviluppare una presa.

E invece.

E invece cazzo, questo libro e questa serie sono una bomba per me.

Finita la prima puntata di Mozart in the jungle, sono rimasto stordito. E ne volevo ancora. Mi sono mangiato altre due puntate, poi il treno è arrivato in stazione e blablabla vari, ma oggi credo finirò la serie. Anzi, sicuramente finirò la serie. Anche mentre scrivo qua, sto solo aspettando di aprire vlc e rituffarmi nel mondo di note e cazzate che è Mozart in the jungle. Perché parla di quello, note e cazzate, un binomio perfetto per me. Una colonna sonora così e una storia così… “vicina” alla mia età non poteva che catturarmi, senza resistenza alcuna.

E Fahrenheit 451? Guardate, vi cito l’incipit.

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla stolida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. egli camminava dentro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un’altea su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.

Cioè. Cos’è sta roba? Da dove è uscito? È genio allo stato puro, una poesia più poetica della poesia, un incantesimo di inchiostro. È bastato questo per farmi innamorare del libro. Non avevo mai letto niente scritto così. Così onirico, così brutalmente gretto. La descrizione della barbarie elevata al sublime. So già che questo librò lo divorerò in pochissimo tempo, tempo che dividerà con Mozart in the jungle.

Ecco, per due motivi diversi sono tornato bambino. Quando ancora i mondi scritti non erano stati visitati, quando muovevo i primi passi su Arda, quando i Terran erano sotto attacco e ommioddio cosa sarebbe successo. Quando, insomma, il mio zainetto era ancora vuoto, lo zainetto che col tempo, viaggiando attraverso mondi diversi si è trasformato in una rimorchio pieno di invenzioni, trucchi stilistici, personaggi e trame. Un rimorchio che mi toglie molte volte il piacere della scoperta, in un semplice “ah sarà come in libro X” che dissipa la magia della narrazione.

Una serie tv che si legasse alla musica mi mancava. Era dai tempi di Beck che non ne guardavo una. E come Beck, chissà cosa mi lascerà questa volta.

E un libro che mi prendesse non per la storia ma per la scrittura, non ricordo neanche esistesse. Forse Il Vecchio e il mare, forse, ma non ne sono neanche troppo sicuro.

In sostanza, oggi sono un po’ più felice. Di aver ritrovato quella scintilla che avevo perso da tempo nel mio rimorchio, tra il bailamme di cose accumulate. E di aver scoperto di potermi ancora stupire, e che ci sono ancora tante cose che ancora il mondo ha da darmi. Chissà.

Argomenti spinosi: la religione

Ok, l’attentato a Charlie Hebdo ha scosso un po’ tutti. Personalmente, da quando è successo mi sono messo a riflettere su un argomento che già mi aveva dato da pensare, che essendo nel titolo credo sia facile da indovinare.

Tolgo la polvere da questo blog per sfogarmi e scrivere, che non lo faccio da… un annetto quasi, giusto giusto. Sarà la sessione d’esami che avanza ogni volta.

Allora. Per prima cosa, devo dire che non sono sempre stato uno che non sopporta la religione. Da piccolo sono stato mandato in chiesa, a Messa, a fare catechismo. Ero anche bravo a credere, devo dire. Seguivo ciò che diceva il parroco, ero mosso nel profondo dai riti e dalla loro importanza. Poi ho cominciato a farmi delle domande, grazie alla fase di ribbbbbellione adolescenziale e al fatto che in famiglia non eravamo proprio cattolicissimissimi, e sono ovviamente passato da un estremo all’altro, non conoscendo la nozione di “misura”. E adesso? Finita la spinta degli ormoni e della trasgressività compulsiva?

Adesso rifletto. Ho riflettuto. Tanto. E sono giunto a una conclusione. La religione è stata utile, sottolineando il tempo passato, e ora dovrebbe sparire. Mi spiego.

Ai tempi dei tempi, l’uomo era una bestia. Cioè, anche adesso, ma non è questo il punto. All’epoca in cui ci si cominciava a muovere, si era proprio agli inizi. E agli inizi non è che proprio si abbia idea di cosa fare, guarda anche adesso a mettere mia madre davanti a un computer cosa succede, povera donna. È fisiologico, naturale che non si sappia cosa fare. Dopo un poco, qualcuno che avesse bene o male capito cosa fare ci doveva bene essere però. Che la carne sì è buona ma è un casino trovarla e quindi bisogna mangiarne poca, che magari dopo il seicentesimo bimbo nato con la coda di maiale magari è ora di smetterla di trombarsi le sorelle, che se mangi e bevi nel deserto è più facile morire, che visto che abbiamo sostanzialmente lo stesso posto nella catena alimentare del dugongo conviene essere amici tra noi e collaborare. E come fare a farlo capire però, alle bestie, che non bisogna mangiare tutta la carne appena arriva? Usando la religione. Dicendo che se sgarri arriva Dio/Zeus/Yawheh/Chtuhlu e ti prende a ceffoni. Che alla fine funziona come “Lo dico a mamma!” ma su scala più grande. Ed è geniale se ci si pensa, semplice ed efficace. Quindi bene, ai tempi dei tempi sono riuscite ad evolversi regole morali che ci hanno portato dal vivere nelle caverne ad essere i dominatori del mondo. Dall’aver paura del fuoco a usarlo per bruciare le streghe.

Aspetta. Che è successo?

È successa una cosa altrettanto semplice ed efficace. Che qualcuno a un certo punto ha pensato “Ma scusa, se questa cosa si può fare per il bene dell’umanità, funzionerebbe anche se lo facessi per il bene mio”. Anche qui, semplice ed efficace. Un po’ da stronzi, certo, ma una buona percentuale di stronzi è parte della storia del mondo, puoi mica farci niente. E allora via, religioni diverse, interpretazioni diverse della stessa religione, spinoff delle religioni (ricordiamo che il cristianesimo è uno spinoff dell’ebraismo), sette, settine e settucce. La religione, come tutto, è diventata un’arma, un mezzo. Ed era inevitabile, è nella natura dell’uomo stronzo usare tutto quello che si può per riuscire nel proprio intento. Ma va bene. Erano ancora altri tempi, dai, diciamo dall’invenzione della scrittura al basso Medioevo. Tutto era fluido, la violenza era ancora in auge (quando è che smetterà di esserlo?), si cercava ancora di capire cosa si dovesse fare. Non si sapeva ancora niente del mondo e dell’umanità, ma si cominciava a intuire qualcosa. Capibile. Non condivisibile ma capibile.

Ora.

Siamo ai giorni nostri.

L’epoca d’oro dell’umanità.

Il progresso tecnologico è stato enorme. Siamo passati dal credere che la Terra sia piatta a sparare gente nello spazio per vedere sempre più in là. La religione adesso è una reliquia, un effetto placebo, per non cedere al pessimismo. È diventata sempre più metafisica, grazie alla filosofia e all’evoluzione del pensiero e della scienza. E così è più che accettabile.

E invece no.

Siamo rimasti a prima del medioevo, cazzo, e qualche stronzo continua a usare la religione come scusa. Che sia Scientology, che sia per muovere guerra alla gente (sto guardando te, islamico estremista), che sia per puro e semplice rifiuto di smuoversi dalla sua visione confortante del mondo (cristiani fondamentalisti anyone?). Dovrebbe essere facile capirlo. Che ormai siamo grandi. Che non possiamo pensare sempre ci sia la mamma cosmica che ci para le chiappe.

“Me l’ha detto Dio/Allah/Odino/Seldon di farlo.” Ma cosa. Ma dove. Fammi vedere. Voglio la dichiarazione, scritta, firmata. “Eh ma non hai fede, non puoi capire.” No. Non ho fede in un qualcuno che ti dice di uccidere gente. La religione per me è nata come strumento per l’evoluzione della razza umana. Una truffa intelligentissima per sopravvivere. Il fuoco era un dio perché se si spegneva morivi. I sacrifici funzionavano perché la gente ci credeva e quindi facevano le cose meglio. Fine. Se esiste un dio, o esistono degli dei, probabilmente se ne fregano di noi. Non possiamo conoscere la grandezza di Dio perché è troppo infinita? Perfetto. Allora è inutile cercarla. Fai qualcosa di costruttivo. Invece di passare tutta la vita a cercare di avvicinarti a qualcosa che sai di non poter trovare, fai qualcosa di concreto. Dai.

La religione ha servito il suo scopo. È stata utilissima, ha permesso una crescita immensa, da bestie a filosofi. Ma è un relitto del passato. Uno strumento usato, ora sorpassato, che viene usato per il contrario di quello per cui è stato concepito. A cui siamo ancorati, nella speranza che niente cambi, perché alla fine è sempre quello il problema, la paura di cambiare. Abbiamo ancora bisogno di un’ancora fissa. La scienza potrebbe essere quest’ancora, ma ha un grosso problema. Non è fissa. La scienza può cambiare. Che è una cosa bellissima, questa fluidità, il fatto che si adatti a nuove scoperte. Ma psicologicamente è terribile, devastante, il contrario della sicurezza che dava la religione. La scienza è “è molto probabile che funzioni così, ci dovremo lavorare un po’ ma alla fine lo sapremo”, la religione è “è così e basta. Ora fai questi riti che ti impegnano per un po’ e ti sentirai meglio.” La scienza ora è quella che tiene vive le persone. Ora sappiamo perché non bisogna avere rapporti tra consanguinei, perché se bevi e mangi nel deserto poi è facile che muori, perché la carne va mangiata poco sennò ti viene il cancro. La religione, spogliata di questo ruolo, ora ha solo quello di mantenere coesa la comunità attraverso credenze e riti. Il problema è che una volta le comunità erano piccole. Non entravano troppo in contatto tra loro. Ora lo sono costantemente. E cosa succedeva una volta quando due comunità con credo diverso si vedevano?

Esatto. Guerra. La religione, da colla della comunità, col crescere della stessa ne è diventata il solvente.

Fine dello sfogo. Per pura informazione, oltre ai fatti di Parigi, altre cose che mi hanno fatto riflettere su questo tema sono state la trilogia della Fondazione di Asimov, il primo libro nello specifico, e il libro sulla storia dell’ebraismo chiamato… Ebraismo.