Musica

Cominciai a suonare nell’inverno del 2008. Credo sia finora la scelta che più mi abbia influenzato in positivo.

Cominciai col basso per il motivo più stupido del mondo, che credo sia quello per cui metà dei bassisti inizi. Due miei amici suonavano già la chitarra e la batteria e gli serviva il terzo, tutto qua, e già da un annetto o due mi stavo interessando al rock (o a quello che credevo essere rock. Dio. La vergogna.), quindi mi feci convincere e mi feci regalare da mio nonno il mio primo strumento e il mio primo amplificatore (che, tra l’altro, era una bomba e uso ancora adesso, povero Steve.) Così cominciammo a suonare nella mia cantina, Green Day e Nirvana.

Orribile. Eravamo inascoltabili, ovviamente, ma era un’esperienza strana. Mi sentivo bene, non riuscivo a capire.

Non suonammo mai in giro, forse una volta alla festa di un nostro amico. Ancora non sapevo cosa fosse stare su un palco.

Questa esperienza arrivò un anno dopo, a dicembre del 2009.Concerto della scuola, nell’aula magna. Tutti i gruppetti del liceo, con cinque canzoni scarse ognuno. Quelli che erano alla loro prima esperienza tesi come una corda di violino, per restare in tema.

Non io.

Salii sul palco, guardai in basso, e mi sentii a casa. Avevo trovato il mio posto. Niente ansia, nessuna esitazione, cominciammo a suonare e capii che non avrei mai potuto smettere. E da lì in poi andò solo meglio. Conobbi tanta gente, tantissima, con i quali non avrei probabilmente avuto niente a che fare pur essendo nella classe accanto alla loro. Passavo una, due, tre ore al giorno davanti a quell’amplificatore, con quei 4 chili di legno e elettronica tra le mani, pestando come un dannato (oh avevo la tecnica di uno zappatore all’epoca), senza accorgermi che piano piano, in uno, due, tre, quattro anni, miglioravo sempre di più e sempre di più mi innamoravo della fusione dei suoni degli altri, delle mie dita che volavano sulla tastiera, del tempo passato a sbrogliare cavi, spostare grosse scatole nere, riempire macchine fino a limiti illegali pure in India, dei litigi in saletta, dello scaricabarile su chi doveva fare il borderau (per chi non lo sapesse, un fogliaccio infame dove bisogna scrivere, a beneficio della SIAEdimmerdamorisseromale il nome dell’esecutore, canzoni fatte, codice fiscale nome cognome e quattro firme di chi lo compila, gruppo sanguigno, lunghezza del sottogamba se maschi e misure se femmina e un breve saggio sulla trasmigrazione delle anime nelle religioni esoteriche).

Passarono gli anni, finii il liceo e andai all’università, e cambiò qualcosa. Ci diventò impossibile continuare a suonare col gruppo “storico” e ci sciogliemmo, purtroppo, chiudendo così un capitolo della nostra vita che ci aveva dato gioie e dolori. Non ho ancora ritrovato un gruppo che avesse la stessa scintilla di quello, e forse mai lo troverò. Diventai più pigro, decisamente, anche se non sembrava possibile, e non mi impegnai più come prima. Suonavo al venerdì sera, tornando a casa, e ripensandoci ero tornato agli inizi: un gruppo in cui suonavo per il piacere di sfogarmi, senza pretese di fare uscite, non bravi (anzi, decisamente sotto la media) e molto tranquilli. Fu divertente, non lo nego, anzi mi ha aiutato un sacco visto che finalmente, dopo 5 anni, mi accorsi di aver sempre suonato con un’impostazione sbagliata e la corressi, ma tutto lì. Suonammo due volte fuori in due anni e fine, tra qualche litigio stupido e qualche grana decisamente meno stupida. In questi anni smisi praticamente di suonare in casa, essendo fuori sede a Torino e non avendo un amplificatore, cosa che mi ha portato indietro come i gamberi i primi tempi. Ho recuperato adesso, e anzi sono migliorato, ma di strada da fare ce n’è ancora.

E arriviamo adesso al presente. Sono sette anni che suono, quindi. Sette anni sono tanti. Si dice che ci vadano diecimila ore per riuscire a dominare completamente uno strumento, e non credo di esserci assolutamente vicino. Appunto, davanti a me ho ancora un percorso praticamente infinito. Ho ricominciato a suonare per davvero, trovando un gruppo a Torino. Lì ho portato l’amplificatore, e proprio in questi giorni sto riprendendo davvero a suonare, un’ora al giorno, come ai vecchi tempi (si fottano i vicini, tanto li ho sentiti che mettono i System of a Down a palla). Adesso, dopo un mese e mezzo di fermo, ci stiamo ritrovando a provare e stiamo ingranando. Potrebbe esserci una scintilla qua, un qualcosa, e non vorrei lasciarla spegnere senza che mi abbia dato dei frutti.

La musica è la mia divinità ormai. In tutti questi anni le ho dato molto e ho ricevuto moltissimo in più. Non è stato un percorso facile, ma è stato piacevole. Tutte le ore a casa a studiare le canzoni, quelle in saletta a litigare con l’ennesimo chitarrista sono state ore fantastiche, che non cambierei con niente. La musica mi ha fatto diventare ciò che sono, o meglio, la musica mi ha dato quel poco di buono che vedo in me stesso. Però non sto scrivendo tutto questo popo’ di roba solo per me.

Ho dei problemi a esprimere i miei sentimenti, quindi questo blog che leggono cinque persone che non vedrò mai in faccia è perfetto.

Voglio ringraziare tutti quelli che hanno suonato con me.

Quelli che mi hanno insegnato le basi.

Quelli che mi hanno fatto conoscere mondi nuovi di band e generi.

Quelli che mi dicevano che ero bravo quando ancora ero acerbo come un mandarino.

Quelli ai quali guardavo, pensando che non avrei mai raggiunto, coi quali invece ogni tanto suono adesso.

Quelli che mi stanno sul culo, ma che sanno suonare talmente bene che se siamo su un palco riesco anche a divertirmi con loro.

I batteristi, i migliori amici e peggiori nemici dei bassisti, coi quali ho sempre avuto un legame fortissimo in quasi ogni band in cui abbia suonato.

I chitarristi, croce e delizia del genere umano, con le loro manie di protagonismo e le loro battutine sempre simpatiche verso noi peones del ritmo e dell’armonia, quelli che mi hanno insegnato di più in tutto.

I tastieristi, che di base sono tutti delle merde ma che se presi con un angolo particolare sono persone di una stranezza meravigliosa e non aberranti.

I cantanti, questi pulcini che vanno su un palco senza neanche saper distinguere un do maggiore da una sedia che però riescono a incantare chiunque. (E aggiungiamo che magari potrebbero anche cominciare a aiutare a montare e smontare l’attrezzatura ogni tanto)

E gli altri bassisti, con i quali non ho mai potuto suonare, ma coi quali c’è una fratellanza implicita, non ostentata, di sguardi e d’intese quando i chitarristi fanno i chitarristi, di ghost notes e slap e walking e di rispetto reciproco.

Grazie a tutti, di tutto. Di questi anni sottoterra nelle salette e in alto sui palchi, delle ore di discussione sulla scaletta, delle jam session improvvisate con spunti bellissimi dimenticati venti secondi dopo, delle canzoni fatte mille volte di fila finché non vengono perfette, delle canzoni fatte tre volte per sbaglio che non vengono perfette ma vengono col cuore, dei viaggi in macchina stretti come sardine, delle volte in cui ci siamo fatti da pubblico a vicenda ai festival perché chi non suona non lo capisce che basta che la gente stia sottopalco per farci contenti (e che se poga ancora meglio), degli amplificatori e batterie prestati, dei cavi rubati, di tutto quest’universo nel quale sono entrato per sbaglio e dal quale mai ne uscirò vivo.

Grazie.

 

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