Autore: tinpdb

DI REFERENDUM E DIVISIONI

Non sono andato a votare.

Perché? Perché questo referendum faceva schifo. Ho passato 3 settimane a informarmi su un argomento troppo tecnico, per il quale sarebbero serviti anni e anni di studi. E le informazioni che mi arrivavano erano, chiaramente, di parte, ma orrendamente sbilanciate sul denigrare gli oppositori. Chi avrebbe votato no era brutto e cattivo, chi avrebbe votato sì ingenuo e sinistroide. I Mattei hanno trasformato un quesito tecnico in una questione puramente politica, formando due fronti opposti che hanno cominciato, come scimmie, a tirarsi merda addosso.

Che questa era politica fosse all’insegna della strumentalizzazione di ogni cosa lo avevo appurato, ma mai mi aveva fatto ribrezzo come oggi (ieri, la settimana scorsa). Disinformazione da tutte le parti, dati riportati a caso, decisioni basate su foto di gabbiani intrisi di petrolio. Entrambi gli schieramenti sono stati ugualmente tremendi.

Alla fine della fiera ero arrivato a propendere per il no. Parlerei anche di questa fantastica idea tutta italiana del sabotaggio del quorum, che costringe chi vorrebbe votare no a starsene a casa, ma preferisco soprassedere per evitare di scendere nella volgarità. Non andare a votare mi ha fatto sentire sporco dentro, ma anni di videogiochi mi hanno fatto desistere dal fare la cosa di cuore in favore del comportamento logico che avrebbe portato a un risultato a me favorevole.

Le parole di mia madre al sentire questa decisione, “Ma non sarai mica renziano?”, mi hanno fatto arrabbiare e capire quanto questo referendum fosse diventato una farsa. Un trucco orrendo per dividere l’Italia in due, arbitrariamente, senza tenere conto delle sfumature. Un voto tecnico (che, tra le altre cose, non andrebbe lasciato MAI in mano alla massa) divenuto una dichiarazione di intenti politici.

E allora in culo a tutti. In culo a chi è andato a votare a questa farsa credendo di stare esercitando il suo diritto di voto e si sente superiore. In culo a chi non è andato sentendosi superiore a chi è andato a votare per aver vinto. In culo a Renzi e alla sua demagogia. In culo a Salvini e al suo populismo becero. In culo agli italiani, me compreso, che non si rendono conto che il detto “divide et impera” è sempre attuale.

Ero dalla parte dei vincitori, ma mi sento sconfitto.

Oh, prometto che torno a parlare di minchiate dal prossimo post.

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Orizzonte di attesa e altre menate su Batman vs Superman

Woah, un post.

Sì, sto blog lo tratto un po’ male, vengo quando mi fa comodo, lascio due parole e poi non ci si sente più per dei mesi. La costanza, questa sconosciuta.

Era un po’ che sentivo il bisogno di mettere nero su bianco qualche pensiero su questo film. Già solo il fatto che sia andato a vederlo è un miracolo, visto il razzismo che provo contro la DC. Intendiamoci, ha solo cementato la mia convinzione che la Detective Comics sia caccapupù, ma c’era qualcosa che non capivo. La storia, i temi, la fotografia, gli attori, mi sono anche piaciuti a tratti. Perché allora non mi è piaciuto tutto l’insieme? Pensandoci su ci sono arrivato, e ora devo fare un po’ di chiarezza. Per me principalmente, ma l’ego c’è sempre. Ascoltatemi, pubblico dei miei stupidi ragionamenti.

Allora. L’orizzonte di attesa. Cos’è? Si può identificare con le aspettative del pubblico. Tipo chi mi legge si aspetta qualche riflessione, non troppo profonda, su delle nerdate, il tutto farcito da battute orrende. Come il blog di Ortolani ma senza disegni o talento. Se per caso trovasse dei pensieri profondi sarebbe solo piacevolmente sorpreso. Tenere l’aspettativa bassa è un trucchetto non da poco.

Alla Warner Bros hanno invece pensato bene di montare un hype tremendo per questa pellicola. Che l’hype sia la strategia commerciale per eccellenza ormai è assodato, quindi non me la sento di dar loro troppo contro per questa decisione. Però.

Però scusa eh. Ma mi stai facendo un cinecomic. Cosa li vado a vedere i cinecomic a fare se non per passarmi 2 ore a cervello in folle? Non pretendo che siano The Departed, per Diana (Prince), voglio che siano decenti. A volte neanche pretendo che lo siano (perché continuo a seguire quella barbarie dei film degli x-men. Perché.) Tu mi fai vedere due cagate nel trailer, della cgi stupida, qualche scena a effetto molto cheesy, le mie aspettative si abbassano, e via. A posto così. Vado a vedere una cosa che reputo un 6, 6 e mezzo, consapevole della scelta, e ciao. Poi magari ci sono anche piacevoli sorprese (Quicksilver anyone?).

Invece no. Questo era il film dell’anno. Questo a detta loro era una cosa seria. Questo aveva temi forti, temi impegnati, faceva pensare. Cose che apprezzo in un film.

Ma sono cose che stai facendo dire a uno in calzamaglia. A uno in calzamaglia con le mutande sopra, dai. Possono succedere due cose: o sei il dio della sceneggiatura e della regia incarnato in un piccolo uomo e tiri fuori il miracolo o, molto più probabilmente, stai per girare una vaccata pazzesca. Hai presente Icaro?

Mi hanno venduto queste due ore e quaranta (DUE ORE E QUARANTA, tra l’altro)  come un gioiello, una ridefinizione di genere, una perla rara. Invece era come gli altri. Solo con meno botte, più pipponi su cose tra l’altro già trattate in altri cinecomic, nei PRIMI cinecomic dell’era moderna, quei primi film degli x-men, e dei punti di trama troppo, troppo forzati.

Intendiamoci, alcune cose mi sono piaciute. Lex Luthor (credo. A me pareva il Joker, ma son dettagli) era interessantissimo e Eisenberg bravissimo. Affleck, checché se ne dica in giro, ha dato un’interpretazione molto bella di Batman, e il suo comportamento nei combattimenti è spettacolarmente adeguato: un supereroe con i suoi anni di esperienza sulle spalle che contro normali criminali non ha problemi e un approccio pragmatico, mentre contro il mostrone urendo obbligatorio finale, giustamente, scappa e basta. E ancora altre cosette che ora non ricordo perché son scemo. Toh, Zimmer alle musiche che WOW come sempre.

Ma alla fine mi aspettavo di più. Molto di più. Un film che mi lasciasse spiazzato, che mi togliesse il fiato. Faccio il confronto con The Departed che ho visto da poco e mi mette bene: nella pellicola di Scorsese non c’è un attimo in cui vorresti alzarti e andare in bagno. Ti tiene incollato. Le discussioni su potere e corruzione ci sono, ma sono dialoghi geniali, messi in posizioni pensate bene, alternate a scene di azione che intrattengono. Qua no. I primi tre quarti d’ora sono praticamente un riassunto di Man of Steel. Poi altri tre quarti d’ora di menate. Non è  lento, è semplicemente noioso.

Faccio che chiudere che ho perso la vena. Riassumendo, il film è godibile come un cinecomic normale. Storia, gente che si mena, citazioni ai fumetti, tutine e mentoni. È stato il venderlo come se fosse Quarto Potere la sua morte.

E infatti la WB sta correndo ai ripari, rendendo Suicide Squad ancora più caciarone di quanto già sarebbe stato. Ecco. Questo film mi è stato venduto come caciaronata, uguale a Deadpool. E Deadpool è uscito perfetto. Sono sicuro che andrò a vederlo e mi piacerà.

DC, i fumetti sono fumetti. Le graphic novel lasciatele su carta e portate le caciaronate. Che se voglio qualcosa di serio so dove guardare.

Peace. Magari riprendo a scrivere almeno una volta al mese. Chissà.

Finché è caldo

Nuova rubrica dove consiglio cose.

Se si seguono serie tv o manga, capita di guardare solo opere che siano già state giudicate buone da altri. Il problema grosso è che la maggior parte delle volte questi giudizi arrivano o vengono trovati troppo tardi e la mole di capitoli o episodi da guardare per mettersi in pari è talmente tanta, avendo sicuramente altre cose da cui prestare la propria attenzione, che si lascia a malincuore da parte l’opera consigliata, provando un certo magone quando se ne parla perché più si rimanda la sua visione, più si sa che non avverrà mai perché la montagna diventa sempre più grande.

Ecco, qua io cercherò di consigliare cose che, secondo me, sono una bomba e siano cominciate da poco, pochissimo. Perché, soprattutto, è una goduria immensa essere tra quelli che “io l’ho guardato dalla prima stagione”, ammettiamolo.

HAPPYISH 

Puntate al momento: 4

Questa è la serie tv nella quale ripongo più speranza, e sono quasi sicuro che possa diventare la mia preferita. La storia parla di un quarantenne, Thom, che quando la sua azienda assume due giovani creativi per svecchiarsi si trova costretto, molto (MOLTO) controvoglia, a cambiare anche sè stesso per adeguarsi al mondo nuovo dei social media. Happyish è quasi intraducibile in italiano, come ogni aggettivo che termini in “-ish”. Questa desinenza dona un’aria di incompletezza alla parola, sta a significare che la sensazione è simile a quella che vuole definire ma allo stesso tempo diversa. Alla domanda “Sei felice?” se un anglofono risponderesse “Happyish” starebbe a significare “Si tira avanti.”

Questo concept si poteva sviluppare malissimo, anzi, in maniera pessima, e invece la serie regge, e anche benissimo, grazie all’approccio che hanno i protagonisti alla vita. Con gioia, accettano pian piano quel che gli tira la vita, e-

No. Così farebbe schifo. Non sarebbe realistico.

I protagonisti sono tutti incazzati neri. Come delle iene. Non c’è la leggerezza tipica delle sitcom o delle serie tv comedy normali. Tutti sono arrabbiati come calabroni per la merda che gli tira la vita, e vorrebbero fottersene altamente ma non possono perché, cazzo, bisogna pur campare e comunque si è sempre andati avanti anche quando le inculate erano molto più poderose.

La scurrilità del paragrafo superiore non è casuale, eh. L’ho scritto così per darvi un’idea di come sia questa serie. Le parolacce riempiono i dialoghi, e l’accettazione dell’impossibilità di sfuggire ai problemi ma solo di sopravviverci permea l’atmosfera, creando uno spazio di sarcasmo e cinismo che personalmente adoro, come anche la surrealità che a tratti assumono le gag.

Questa serie non è di quelle dove tutto va bene. Non è epica, non ci sono grandi azioni, colpi di coda, sorprese o altri caratteri tipici delle comedy, ma è normale, parla di persone normali, con problemi normali, e lo fa in un modo geniale, riuscendo a farci entrare in contatto con tutti i personaggi.

Non avete niente da perdere nel dare un’occhiata a questa perla, quindi se vi piace una comicità non basata sulle gag in particolare ma sull’atmosfera generale, sulla surrealtà delle situazioni e sulla scurrilità (oh, dite quel che volete ma un bullshit ogni 4 parole rende il tutto più bello) cominciatela.

One comic, one series, one band

Leggo, guardo e ascolto un sacco di roba nel (troppo) tempo libero che ho, quindi ho pensato di scremare tra tutti i miei interessi e proporvi qualche modo bello di passare il tempo, con qualche gemma magari poco conosciuta che penso possa essere apprezzata.

FUMETTO

Le Bizzarre Avventure di Jojo

Allora. Qua parliamo della storia della fumettistica orientale, mica balle.
Questo manga l’ho scoperto da poco più di un anno, benché vada avanti dal 1987. La storia è quella della famiglia Joestar e del loro destino, che pare essere sempre catastrofico e doloroso, ed è divisa per ora in 8 parti di lunghezza apparentemente esponenziale. Ogni parte ha un protagonista diverso, accomunati dal loro soprannome, che è sempre JoJo a causa del sottile senso dell’umorismo della famiglia (Jonathan Joestar, Joseph Joestar, Kujo Jotaro e alla via così). Iniziato come un horror splatter, una storia di vampiri e maschere rituali, ha passato quasi ogni genere tipico dei manga e non, dalle botte pure della Parte 2 (Battle Tendency, appunto) allo slice of life investigativo della parte 4, fino alla parte 8 che… parla di… non lo so, non si capisce.

Ecco, questo è l’unico punto fermo della saga: non si capisce. O meglio, lo stile della narrazione, dei disegni, le invenzioni dei poteri sono talmente esagerate che a un certo punto si smette di cercare di trovare una spiegazione alle cose (più precisamente con King Crimson, il potere del villain della quinta serie, che funziona… perché sì), ci si rilassa e si gode dei risvolti sempre più folli che tirerà fuori l’autore, Hirohiko Araki (che a quanto pare è immortale).

Tra queste invenzioni ci sono gli Stand, che dalla parte 3 in poi sostituiranno il più “banale” potere delle onde concentriche (Hamon in lingua originale). La decisione di usare questa nuova forma di potere, in pratica una materializzazione della forza emotiva (o della badassaggine) di eroi e cattivi venne dalla “rivalità” che c’era all’epoca con Dragon Ball e gli altri manga che cementeranno il genere shonen e dalla necessità di distinguersi da essi per rimanere a galla.

Ma se è al pari di Dragon Ball, perché in occidente se ne è sentito parlare pochissimo?

Per problemi legali. Banalmente. Perché Araki è un grande estimatore della musica rock e pop occidentale, e quasi ogni cosa del suo universo ha un nome che rimanda a band, artisti o canzoni. Quindi, per evitare grane, il manga è stato tradotto in pochi paesi (Italia, Francia e Taiwan mi pare) e mai in America, rimanendo quindi di nicchia.

Che è una merda, perché è davvero, davvero un signor fumetto. La costante che lo pervade è l’epicità, che dalla prima parte ambientata a fine diciannovesimo secolo alle seguenti che arrivano ai giorni nostri non cala mai, sia grazie al tratto di Araki che alla sua narrazione. Ma c’è di più in quest’opera, anzi, c’è tutto. Fantasy, horror, fantascienza, crime, ogni genere è stato toccato, rimodellato, riformato per entrare in un universo dominato da poteri immensi che derivano però dall’uomo, che quindi li può controllare.

Il manga ha poco meno di 900 capitoli, quindi se cercate una lettura di svago che non finisca tanto presto e che abbia comunque segnato un pezzo della cultura giapponese, questo è quello che fa per voi. Fate un gioco simpatico: quando avrete finito la parte 3, fate attenzione a quanti altri fumetti o videogiochi fatti in Giappone la citino almeno in parte. Resterete sorpresi.

SERIE

Community

Questa è senza ombra di dubbio la mia serie preferita degli ultimi anni, e non riesco a capire perché ci fosse così poca gente a seguirla, talmente poca che è stata addirittura interrotta. Fortunatamente internet è meglio della televisione e Yahoo ha avuto abbastanza cervello da capire che farsi scappare la comedy più intelligente in circolazione sarebbe stato un crimine.

La scusa che usa questa comedy per mettere assieme un gruppo di perfetti sconosciuti è un community college. Qua gente di ogni genere, dalla casalinga al sessantenne ai diciannovenni senza futuro si trovano a studiare per poter ottenere una laurea. Che questo community college, Greendale, da a cani e porci, avendo la stessa serietà di Sesame Street come insegnamento (non come qualità di insegnamento, quella di Sesame Street è infinitamente migliore).

Fatto sta che, senza scendere nei dettagli, il gruppo dei protagonisti, vario come non mai, si ritrova per studiare assieme, dando il via alle solite stupidaggini da comedy che man mano si evolvono in qualcosa di più, arrivando a escalation di idiozia da manuale (dico solo “puntate del softair”). Il microcosmo dove tutto ciò avviene, Greendale, accetta questo genere di comportamenti, ma non per questo il resto del mondo li considera normali o gli effetti delle azioni stupide dei protagonisti vengono loro risparmiati. In tutto questo è la sottile ironia delle situazioni ciò che rende questa serie così grande, il non prendersi mai sul serio, anche quando ci si sta prendendo troppo sul serio.

Se vi piacciono le serie tv, se vi piacciono le comedy in cui si ride ma in cui si sente un retrogusto amaro a tratti, questa è una perla da scoprire. Sono sei stagioni, le prime cinque trasmesse in tv (e la quinta un calo abbastanza netto rispetto alle altre, ammettiamolo), mentre la sesta viene mandata in onda da Yahoo, e per questo, credo, a mio giudizio più libera e più cattiva. Il che è un bene, e il livello è uno dei più alti di tutta la serie.

Poi c’è Annie che si merita tutto l’amore della Terra e solo per lei dovreste aver già scaricatcomprato tutta la serie.

GRUPPO

Diablo Swing Orchestra

Allora, iniziamo col dire che i miei gusti girano attorno al metal. Se non vi piace questo genere di musica, i miei consigli il più delle volte si riveleranno inutili.

Poste queste basi, i Diablo Swing Orchestra sono un gruppo di folli che mischiano metal, swing e musica sinfonica. I loro pezzi sono un’euforia di suoni, accattivanti e diabolici. Parlare di musica, come disse Zappa, è però come ballare di architettura, quindi dico solo che la loro discografia consta di 4 album, e che il mio preferito tra di essi è The Butcher’s Ballroom, che lascio come chiusura di questo post.

Alla prossima.

Stand by me

Oh, sono come uno di quei parenti che lo si vede solo ai funerali. Ieri è morto Ben E. King, l’autore di una delle canzoni più belle e toccanti di tutta la musica leggera e di altre che conoscono in pochissimi, me escluso, sempre di una bellezza incredibile. La notizia mi ha colpito più di quanto pensassi, probabilmente perché Stand By Me la suono un giorno sì e l’altro pure e quelle quattro note mi sono entrate ormai sottopelle. Mi sono sentito come se fosse morto un familiare, una persona a me vicinissima, avevo quasi le lacrime agli occhi. E, ripeto, conoscevo di suo solo Stand By Me (occristo, anche questa era sua), quindi non è come quando era morto Ronnie James Dio o Richard Wright (quest’ultimo particolarmente toccante perché avevano appena detto avrebbero toccato Genova col tour, maledetti). E credo che molti si siano sentiti come me. Pur essendo conosciuto dai più solo per una canzone, questa canzone ha parlato per più di 50 anni al cuore di chiunque l’abbia mai sentita. Con solo quattro accordi e un paio di violini il signor King è riuscito a creare una pietra miliare della musica, incidendo il suo nome sul muro della storia. Mi chiedo cosa abbia provato in tutti questi anni, sentendo la sua canzone sempre più suonata e sempre più diffusa, sapendo che quando sarebbe arrivato il giorno fatidico, nessuno si sarebbe dimenticato di lui. Tutto il mondo avrebbe cantato ancora, e ancora, per chissà quanto tempo il suo gioiello, di fatto estendendo il suo impatto sul mondo potenzialmente all’infinito, che è quello per cui siamo qua alla fine, lasciare un qualcosa, che sia un figlio, un’invenzione o chissà cos’altro come segno del nostro passaggio. Sto scrivendo per ricordarlo pure io, nel mio piccolo, e ringraziarlo di quello che mi ha donato con 3 minuti scarsi di canzone, per tutte le volte che la sentirò e mi solleverà anche se per poco dai miei pensieri.

Occhi

Camminavo per strada, oggi. Senza musica, senza niente a cui pensare, e me ne sono accorto.

Guardo solo per terra. Di default ho lo sguardo diretto verso il basso, davanti a me. Cosa significa? È un indice del mio pessimismo? Della disillusione, del mio modo di pensare secondo il quale tanto non c’è niente di interessante da guardare?

Eppure non è così. Lo so bene. Ho provato ad alzare lo sguardo e c’era la Mole, imponente e fantastica. Il cielo, striato di nuvole, non il mio preferito ma decisamente incantevole. Essendo in zona Palazzo Nuovo anche la quantità di ragazze belle da togliere il fiato non era da sottovalutare. Ho provato a fare attenzione, tante cose che non avevo mai notato nel tragitto casa-conad mi hanno lasciato piacevolmente sorpreso. Come ho fatto a diventare così? A non voler più fare attenzione alle cose, belle e non? A chiudermi in me stesso? Ad abituarmi a vivere a testa bassa?
Non so quando, di preciso, eppure una volta ero diverso. Ero curioso, esigevo di sapere le cose, volevo esplorare, volevo una conoscenza totale e impossibile di quello che mi circonda. Leggevo una marea di libri all’epoca, mi informavo sul mondo, parlavo con gli altri… E poi basta. A un certo punto ho smesso. Non so precisamente quando, ma ho smesso di cercare di espandermi. Ho chiuso le porte del mio immaginario castello, riempito il fossato, rinnovato netflix e mi sono estraniato dal mondo. Ho pian piano smesso di fare ogni cosa che mi impiegasse la mente, ho smesso di suonare con costanza, di leggere, di guardare film belli. Ho cominciato a giocare ai videogiochi, tanto, troppo (chiariamo che questo non significa che smetterò di giocare a LoL prima di arrivare almeno a gold.) Non ho più fatto nuove amicizie, anzi, ho cominciato ad allontanarmi dalla gente, comportandomi… beh, male. Non cercando nessuno, non essendo più una persona con la quale sia piacevole passare una serata, non ascoltando più la gente. Anche oggi, dopo cena, sono passati dei nostri amici e io mi sono messo a scrivere questo pezzo, quasi ignorandoli.

Sono rimasto addormentato. È una metafora trita e ritrita, oh, ma se la usano tutti un motivo ci sarà. Sono rimasto addormentato, mi sono anestetizzato, e ho cercato di evitare ogni possibilità di destarmi.
Non mi sono ancora svegliato, assolutamente, ma credo di avere finalmente raggiunto quella fase del sonno dove cominci a sognare lucidamente, con cognizione. Quando ancora sei soggetto alle regole del sogno, alle regole irrazionali e imperative del mondo onirico, ma riesci a capire cosa ti sta succedendo. Ed è terribile essere qua. È già un passo avanti, oddio, ma ancora devo lavorarci.
Ho ricominciato a leggere, ho quasi ripreso a suonare, sto recuperando film e serie tv belle, bellissime. Forse presto riuscirò a tornare a essere un umano sociale e funzionale, non ne ho tanta voglia ma so che ne ho bisogno.

E comincerò a guardare verso l’alto. A testa alta. Che non ho certo motivi di piangermi addosso, è ora di darmi una svegliata. Metaforicamente e letteralmente. Mi piacerebbe piangermi adosso, è molto più facile. Anche dare la colpa a qualcos’altro, va tanto di moda, ti esula dalle responsabilità che ti dovrebbero spettare e ti mette in pace con te stesso.
Ma non sarebbe giusto.
Sarebbe la scorciatoia.
Quella che ti toglie dalle grane facilmente ma non ti insegna niente.

Insomma, una cosa inutile.

E allora su gli occhi. Nel cielo, verso i monumenti, verso la natura. E magari anche negli occhi delle altre persone. Ma quello con calma.

Musica

Cominciai a suonare nell’inverno del 2008. Credo sia finora la scelta che più mi abbia influenzato in positivo.

Cominciai col basso per il motivo più stupido del mondo, che credo sia quello per cui metà dei bassisti inizi. Due miei amici suonavano già la chitarra e la batteria e gli serviva il terzo, tutto qua, e già da un annetto o due mi stavo interessando al rock (o a quello che credevo essere rock. Dio. La vergogna.), quindi mi feci convincere e mi feci regalare da mio nonno il mio primo strumento e il mio primo amplificatore (che, tra l’altro, era una bomba e uso ancora adesso, povero Steve.) Così cominciammo a suonare nella mia cantina, Green Day e Nirvana.

Orribile. Eravamo inascoltabili, ovviamente, ma era un’esperienza strana. Mi sentivo bene, non riuscivo a capire.

Non suonammo mai in giro, forse una volta alla festa di un nostro amico. Ancora non sapevo cosa fosse stare su un palco.

Questa esperienza arrivò un anno dopo, a dicembre del 2009. (altro…)

Incomunicabilità

Ho letto Ender’s Game. E credo in quel libro ci sia uno dei miei peggiori incubi.

Allora, prima di tutto ho constatato che è uno dei libri migliori che abbia mai letto. Scritto bene, scorrevole nonostante la pesantezza degli argomenti, realistico entro i parametri della fantascienza. E poi cinico, senza buonismi di sorta che ogni volta che li trovo in un’opera mi infastidiscono, insomma un libro che proprio mi è piaciuto.

Ah, da qui partono gli spoiler eh. Che non vorrei causare traumi. Se non lo avete ancora letto fatelo e non ve ne pentirete.

Il messaggio di fondo, almeno quello che è arrivato a me, è fantastico. Non è una morale. Non insegna che col duro lavoro tutto andrà per il meglio. Non insegna che i buoni vincono e che i cattivi perdono. Insegna che vince il più forte, o meglio il più intelligente, e quello che è disposto a tutto per vincere. Se questo qualcuno è dalla nostra parte, possiamo affidarci a lui e credere che i buoni vincano, e va bene. Ma non è così. E per avere qualcuno disposto a tutto pur di vincere, bisogna essere disposti a tutto pur di averlo. L’infanzia di Ender è uno schifo, e non è uno schifo perché nessuno se ne accorge: è uno schifo perché DEVE esserlo. E gli adulti si preoccuperanno di renderla tale per il bene dell’umanità, e non c’era altra scelta. La brutalità della Scuola, del Gioco, tutto è l’unica soluzione possibile, che come spesso accade è la più disperata e quella che creerà più problemi una volta che si sarà risolto il primo.

“A mali estremi, estremi rimedi” è lo spirito che aleggia su tutto il libro. Le soluzioni facili, che non lasciano problemi dopo, sono quelle che non risolvono i problemi grandi. Il sacrificio di Ender, della sua normalità (o del tentativo di averne una) è quello che serve per vincere, e lo si farà. La moralità è secondaria in situazioni del genere, è l’istinto di autoconservazione che regna.

Ma tra tutto quello che c’è nel libro, la tortura psicologica, la freddezza di Ender e Peter, lo xenocidio, la cosa che più mi ha turbato è un’altra. L’impossibilità di comunicare con i Bugger (gli alieni, l’ho letto in inglese e non ho voglia di andare a cercare).

Io studio lingue, e il linguaggio è il mio Dio. Non le lingue, ma proprio il linguaggio, la capacità di comunicare. La possibilità di trasmettere il proprio pensiero, di farsi capire da altre culture e altre persone. La soluzione (e forse la causa, chissà) dei problemi del mondo, rappresenta la volontà di mediare, di poter capire gli altri. Di poter empatizzare. Di poter evitare cose stupide. Tipo una guerra interplanetaria.

L’impossibilità di comunicare ha causato tutto nel libro, e non è un’impossibilità, chiamiamola “di volontà”, cioè l’ignorare semplicemente gli altri: è un’impossibilità fisica. E cosa è possibile contro l’impossibilità fisica di comunicare? Cosa si può fare per capire qualcosa che NON può essere capito?

Non lo si fa. Lo si attacca. Lo si distrugge. Per evitare anche la remota possibilità che sia pericoloso. Ed è quello che farei anche io. Per paura, certo. Se si può capire una cosa, bisogna cercare di farlo. Ma se non si può, è la fine.

 

Dei film di supereroi

A quanto pare, è uscito il trailer del reboot dei Fantastici Quattro. Ecco, giusto due parole ora.

Che. Cazzo.

Solo queste due parole. Che cazzo.

Avrei dovuto spegnere il video già a “dai produttori di X-men: days of future past”.

Perché? Cos’è questa roba cupa da Nolan? Ma vi siete fritti il cervello? (Beh che dopo X-men: days of future past un po’ me lo aspettavo che non ci fosse più una mente pensante dietro a sti film).

Allora, come dice il Maestro, la tendenza da sempre, per motivi a noi sconosciuti, è che i film della Marvel sono prodotti di intrattenimento felice, senza pensieri, mentre quelli della DC sono roba da cilicio e digiuno. Non dico che sia un bene, che i film Marvel siano tutti delle puttanate, ma se ci fai l’abitudine e vai lì per vedere i tuoi (miei) personaggi preferiti fare le battutine e le cagatelle consapevole di aver fatto questa scelta ci può anche stare. Basti guardare Guardians of the galaxy, il più cagata degli ultimi film marvel e quello che più mi è piaciuto alla fine. Senza pretese. Divertente, cose che esplodono, epicità a pacchi, colonna sonora indiscutibilmente figa.

Perché la Marvel non è quasi mai stata così cupa. Così pesante. Era quella colorata. Quella con un circo come villains. Giuro. Se Nolan mi fa un film di Batman in cui si soffre per due ore, certo che ne sono contento. Batman è sofferenza, e così va tradotto. (Fun fact: non ho visto nessuno degli ultimi film tratti da fumetti DC. E per ultimi intendo tipo degli ultimi 6-7 anni.) Con personaggi così puoi fare cose di una dimensione epica.

Con la Marvel mette male. Devi andarti a cercare gente sconosciuta ai più (e clone di Batman), oppure Silver Surfer se vuoi buttarla sul filosofico.

Ma tu no, tu mi vai a fare un film su un tipo che si allunga a piacere, uno che va a fuoco, una donna che non si vede e un uomo roccia e vuoi farlo serio alla Batman. E ben, dici, c’è il Dottor Destino. Passato tormentato, voglia di vendetta, il peso di una nazione su di lui, la nobiltà, la stregoneria, è un blogger e programmatore.

What.

Aspetta un attimo.

E non si chiama Von Doom ma è il suo nickname.

Ma allora ti vuoi male. L’unica cosa che potevi prendere paro paro dal fumetto per fare una cosa seria te me la smorzi così. Per dargli un modo ggggiovane di esistere. Potevi prendere dalla saga ultimate (cosa che mi pare tu abbia fatto, visto il portale per la zona N) e metterlo con loro. No. Un blogger.

Non dico che adattare i film di supereroi sia una cosa facile. Prendere un prodotto della cultura di 45 anni fa e schiaffarli nell’era di internet e dei selfie (giuro che se vedo i F4 farsi un selfie vado a prendere a schiaffi il regista). Ed è un lavoro delicato. Capisco quindi tagliare qualcosina. Cambiare dettagli che, per quanto possa dare fastidio, alla fine riescono a recuperare il personaggio. Ma qui hai spogliato Victor Von Doom della sua regalità. Del suo potere. Di ciò che lo rendeva Destino: l’arroganza, la supponenza, l’impossibilità di vedere in se stesso il responsabile dei propri sbagli (Cioè, Destino era il prototipo del giocatore medio di Solo q a LoL). E spogliato di quello cosa rimane? Rimane un frustrato senza motivi.

Che alla fine, della Marvel sono belli i villain. Gli eroi sono un po’ noiosi alla fine. Simpatici compagnoni, non dimentichiamocelo, Spider-Man ha fatto delle battutine un’arte, e Tony Stark era un alcolizzato donnaiolo, ma non epici. Normali. Era anche quello che ha reso la Marvel così grande, la normalità dei suoi eroi, la possibilità di immedesimarsi (supereroi con superproblemi anyone?)

E per compensare, tra l’immensa schiera di villain tamarri e stupidi (uno su tutti Il Trichecho. Rigiuro.) c’erano delle figure di un’epicità immensa. Il Goblin. Appunto, il Dottor Destino. Magneto.

Magneto. L’immenso Magneto. Che mi porta a un altro argomento: chi hanno chiamato per fare Magneto? Ian McKellen. Che è più che immenso. Vedi l’importanza del casting? Ian McKellen era già Magneto. Da quando era nato. Come tutti i Dottori di Doctor Who lo erano già.

E tu mi prendi la torcia umana nera.

Dai. Capisco la Cosa, che può avere un suo malato perché farla di colore, ma la Torcia? Perché? Per le battutacce sul fatto che si sia bruciata? Vivevo anche senza. Questa cosa del DOVER mettere qualcuno di colore a caso mi ha un po’ rotto le palle. Il politically correct fa schifo.

In sostanza, quindi, sto trailer non mette hype, fa sospirare, ma di rassegnazione. Ormai i film di supereroi servono solo a lamentarsi. Che a me piace anche, non dico di no, però un minimo. Fatemi lamentare del fatto che i peli della sopracciglia destra di Reed Richards fossero 48 in meno rispetto al fumetto, non del fatto che il Dottor Destino è un cazzo di blogger.

Ma tanto lo sappiamo che andrò a vedere anche questo film e verrò fregato dalla scena finale. Che sono sicuro tireranno fuori gli Inumani e sarò lì come un bambino a girarmi verso gli altri e “GLI INUMANI CRISTO GLI INUMANI SARÀ LA COSA PIÙ FIGA DEL MONDO!”

E poi Freccia Nera sarà tipo il proprietario di un autogrill.