Internet

Storia di una connessione e delle Madonne che fece volare

Per quelli a cui non piaccia leggere tanto, l’ultima frase è un riassunto abbastanza esaustivo.

Sono studente fuori sede di Lingue a Torino. Al secondo anno del mio corso di studi io e i miei coinquilini abbiamo deciso di smetterla di capitalizzare sulla chiavetta internet del genitore di uno di questi e di sottoscrivere un contratto con una nota azienda di telecomunicazioni, per poter usufruire di una connessione stabile e condivisa.

Mai avessimo osato un così ardito pensiero.

Ai primi di ottobre del 2013 ci recammo al negozio per redigere il contratto, operazione che richiese effettivamente poco tempo una volta raccolti i dati necessari. Ci venne detto che saremmo stati contattati entro due settimane per l’attivazione del servizio, cosa che accadde puntualmente. Prendemmo quindi appuntamento per i primi di novembre con i tecnici per controllare i lavori necessari.

E qui finì la parte rilassante.

Vennero i tecnici. Due persone molto gioviali, pronte a scherzare con noi gggiovani, e a fare due battute. Si misero quindi al lavoro, e con un’indole che mi ricordava fin troppo la nostra natia terra ligure, ci dissero che nel nostro appartamentino (in mansarda) mancavano i cavi della linea telefonica e che il lavoro per tirarli su sarebbe stato lungo. Alla nostra reazione (quantificabile in un “e a noi che ce frega?), ci dissero anche che i cavi andavano messi all’esterno dei muri, cosa che li aveva già portati ad avere problemi con le amministrazioni condominiali dove già avevano operato. Bastava, però, che ci procurassimo – a scelta – le firme della palazzina o dell’amministratore di condominio e la cosa sarebbe loro andata bene. Nonostante la palese cazzata, ci adeguammo alle loro richieste.

In quel momento, la chiavetta internet venne restituita ai legittimi proprietari, sulle note della frase “tanto tra poco avremo internet, giusto?”

Decidemmo che la via più breve sarebbe stata quella con meno firme da prelevare, e cercammo di contattare l’amministratore di condominio. Purtroppo, nell’androne del palazzo non vi era il suo numero, e optammo per chiederlo allo studio che amministra il nostro appartamento, che lavora dalle 10:38 alle 10:42 dei lunedì bisestili di luna calante. Ci volle una settimana per contattarlo. Una. Settimana. La conversazione andò come segue, vista dalla nostra prospettiva (per la privacy del mio coinquilino, lo chiameremo Al):

Al: “Pronto! Salve! (espressione di gioia estrema mista a quella di chi abbia avuto un’apparizione divina) Avremmo bisogno del numero dell’amministratore di condominio perché [glissiamo sulle chiacchiere da studente di giurisprudenza che riesce a infilare sempre e ovunque]”

Studio: “[…]”

Al: “…ah, sì…va bene…”

Noi: “CHETTIHADDETTO?!”

Al: “Ha…ha detto di dargli il…il numero di cellulare e che…che mi avrebbe richiamato…”

Noi: “NNOOOOOOOOOOOOOOOOO!”

Miracolosamente, dopo solo SETTE ORE riuscirono a trovare il numero e a consegnarlo al prode Al. Che chiamò l’amministratore di condominio.

Al: “Pronto, salve, siamo gli inquilini di […] e avremmo bisogno dei permessi per tirare su i cavi del telefono, visto che volevamo [eccetera, eccetera. Non appesantiamo la storia, che è ancora lunga.]”

Amministratore: “EHMANONSOBISOGNAVEDEREDOBBIAMOINCONTRARCICONL’AZIENDANONSO”

Al (e devo ammettere che ho amato le sue chiacchiere da giurista): “Ma vede, per supercazzolare apedalmente tre volte la sporta traversa si può semplicemente far rotolare la carta verso […] e quindi basta che voi ci facciate pervenire il permesso e andrà bene!”

Amministratore: “…ok, d’accordo, le arriverà via mail.”

DUE SETTIMANE. Due. Settimane. Ad aspettare il permesso. Per chi stia tenendo i conti, siamo verso la fine di novembre. Arrivato il permesso, abbiamo chiamato l’azienda dei tecnici per prendere un appuntamento e chiedere se andasse bene.

Nella prima settimana di dicembre arrivò una figura ammantata di leggenda, un mostro mitologico, a metà tra il minotauro e l’impiegato furbo delle poste: un tecnico che lavorava. Entrò in casa, guardò la situazione, disse

“Bel lavoro del cazzo.”

Andò al piano terra e tirò su i cavi fino al nostro quinto (e ultimo) piano. Eravamo estasiati. Avevamo la linea telefonica, ora mancava solo il modem e tutto sarebbe stato a posto.

Poveri stolti.

Il modem partì il 10 di dicembre da Milano. L’11 dicembre cominciarono le proteste dei Forconi, sciopero nazionale di qualsiasi cosa che bloccò mezza Italia. Ci mettemmo l’anima in pace, e ci preparammo ad aspettare la settimana seguente per avere, finalmente, internet!

Aggiungo qua che sono mediamente (tanto) nerd e gioco a League of Legends. La mancanza di internet per me equivale alla mancanza di nicotina. Eravamo ormai a più di un mese nel quale potevo connettermi solo nei fine settimana. I miei saluti erano ormai diventati “cazzovvuoi?”

Aspettammo il pacco. Ogni giorno. Io, dato che tanto non vado a lezione perché mi credo più furbo degli altri, stavo in casa tutto il giorno per evitare di mancare il corriere. Dopo 3-4 giorni nei quali non ricevemmo niente, chiamammo la ditta che avrebbe dovuto consegnarci il modem. Scoprimmo che avevano l’indirizzo sbagliato, quindi diedi loro quello giusto, il nome a cui citofonare e il mio numero di cellulare, raccomandandomi caramente di chiamare per ogni evenienza, e mi rassicurarono che il giorno dopo avremmo ricevuto l’agognata preda.

Il giorno dopo non ricevemmo un cazzo.

Richiamai. Feci di nuovo presente il problema, diedi di nuovo tutte le informazioni utili alla buona uscita dell’impresa e pregai.

Il giorno ancora dopo non ricevemmo un cazzo di niente.

Richiamai e, stavolta, scoprii una cosa simpaticissima: non potevo più parlare con nessuno che non fosse Vittoria, la voce preregistrata che mi diceva che il pacco sarebbe stato consegnato “secondo accordi presi col destinatario”.

Non ricevemmo più niente e arrivarono le vacanze di Natale. In un turbine di decorazioni, buoni sentimenti ipocriti, apatia e altre amenità, mi disinteressai del tutto della situazione (complice l’avere una connessione per più di due giorni consecutivi e poter finalmente tornare sulla Summoner’s Rift), quindi saltiamo alla fine delle vacanze.

Sei dicembre. Salgo in quel di Torino per prendere i libri dell’esame della settimana seguente (e per votarmi alla Gran Madre per riuscire a passarlo, cosa che avvenne), e nel mentre grazie al sito della ditta di trasporti e al cellulare nuovo ultrafigoso scopro il sistema di tracking del pacco, che mi dice che “la consegna è prevista in data odierna”, come da circa due settimane a questa parte. Ecco come si consumò la giornata del 7 dicembre:

  • Sveglia, colazione, controllo del tracking del pacco – nulla di nuovo all’orizzonte
  • Uscita di casa alle ore 9:40 circa, passaggio in biblioteca, libreria, copisteria. Alle ore 11:00 rientro in casa e controllo del tracking del pacco – niente di nuovo all’orizzonte
  • Studio matto e disperatissimo interrotto solo dal trittico futurama-simpson-dragonballz e da un controllo ossessivo del tracking del pacco – nulla di nuovo all’orizzonte.
  • Ore 16:50 circa, uscita di casa per riconsegna di un libro in biblioteca e altro giro di librerie. Rientro in casa alle ore 17:15 circa e controllo del tracking del pacco – “il destinatario risulta assenteCOSA?!
  • Bestemmie plurime

Nello sconforto più totale, il sito della ditta mi propose due scelte oltre alla mia, personalissima, di dare fuoco a tutto e tutti: andare a prendere il pacco in una loro sede o dare di nuovo indirizzo, nome, numero di cellulare e farsi portare il pacco tra le 14 e le 18. Una combinazione di bisogno di studio e culo pesante mi fecero propendere per la seconda opzione.

Ovviamente, non arrivò niente. E la sera, al solito controllo del tracking del pacco, venne fuori la scritta “la consegna verrà effettuata al più presto”. Al più presto. AL PIÙ PRESTO DI COSA? Dopo un mese?! La mia pazienza, scomparsa ormai da più di due settimane, mi chiamò dalla Florida per dirmi che restava sempre la soluzione del ritiro in filiale. Fatte le dovute pratiche via internet, andai a letto pregando in un miracolo.

Nostro Signore è sempre occupato per queste cose, a quanto pare.

Entrato nel negozio, chiesi al signore dalla faccia gentile al banco spiegazioni.

Io: “Salve, io sto aspettando un pacco ma non è ancora arrivato…”

Lui: “Da quanto?”

Io: “Eh, un mese oggi.”

“Mh, è un po’ tanto.”

Io (internamente): “Davvero? Ma non me n’ero accorto! Io pensavo che la sua azienda usasse il calendario di Rigel 7!”

Io (esternamente): “Eh già. Le do il numero di fattura, nome, indirizzo…”

“Bene, il pacco è salito sul furgone alle 8 e mezza, saranno partiti per le 9 quindi dovrebbero starlo consegnando adesso.”

Io (internamente): “MAPPORCADIQUELLATR-“

Io (esternamente): “Ah beh, spero di tornare a casa in tempo allora. Il fatto è che ieri su internet avevo detto di mandarlo qua in filiale…”

Lui: “Eh, vorrà dire che non l’hanno neanche visto.”

Io (internamente): “Potrei ucciderti con la metà degli oggetti di questa stanza e usare l’altra metà per occultare il tuo cadavere.”

Lui: “Eh, avrebbe fatto meglio a farlo arrivare qua e venirlo a prendere, lo avrebbe ricevuto in un giorno.”

(Il mio Io interno al momento era impegnato in riti vudù e sproloqui che avrebbero fatto arrossire uno Sgarbi dei tempi migliori)

Lui: “Comunque in caso non arrivasse, passi qua verso le 3, 3 e mezza.”

Va detto che avevo in mente di prendere il treno alle 4 e mezza per tornare a casa a un’ora decente per, che so, fare la mia vita, ma la presa di quest’azienda mi teneva suo ostaggio.

Tornai ovviamente alle 3 e mezza dato che non era arrivato il pacco e il signore, dopo solo 5 telefonate, scoprì il corriere al quale era affidato il pacco (per pura curiosità, mentre parlava coi colleghi ha menzionato che uno di quelli che lavoravano nei quartieri nei pressi di casa mia era stato picchiato selvaggiamente. Giuro, non sono stato io) che, ovviamente, “stava consegnando il pacco in quel momento”. Gli chiesi se fosse possibile consegnarlo più tardi, così che un coinquilino potesse riuscire ad essere in casa, e mi accordarono questa grazia.

La sera, mentre stavo tornando in treno a casa, arrivò il pacco. Era finalmente finita. La presa che era stata sulla mia vita per più di due mesi era stata sollevata.

Andateveneaffanculo, corrieridimmerda.