Itsmylife

DI REFERENDUM E DIVISIONI

Non sono andato a votare.

Perché? Perché questo referendum faceva schifo. Ho passato 3 settimane a informarmi su un argomento troppo tecnico, per il quale sarebbero serviti anni e anni di studi. E le informazioni che mi arrivavano erano, chiaramente, di parte, ma orrendamente sbilanciate sul denigrare gli oppositori. Chi avrebbe votato no era brutto e cattivo, chi avrebbe votato sì ingenuo e sinistroide. I Mattei hanno trasformato un quesito tecnico in una questione puramente politica, formando due fronti opposti che hanno cominciato, come scimmie, a tirarsi merda addosso.

Che questa era politica fosse all’insegna della strumentalizzazione di ogni cosa lo avevo appurato, ma mai mi aveva fatto ribrezzo come oggi (ieri, la settimana scorsa). Disinformazione da tutte le parti, dati riportati a caso, decisioni basate su foto di gabbiani intrisi di petrolio. Entrambi gli schieramenti sono stati ugualmente tremendi.

Alla fine della fiera ero arrivato a propendere per il no. Parlerei anche di questa fantastica idea tutta italiana del sabotaggio del quorum, che costringe chi vorrebbe votare no a starsene a casa, ma preferisco soprassedere per evitare di scendere nella volgarità. Non andare a votare mi ha fatto sentire sporco dentro, ma anni di videogiochi mi hanno fatto desistere dal fare la cosa di cuore in favore del comportamento logico che avrebbe portato a un risultato a me favorevole.

Le parole di mia madre al sentire questa decisione, “Ma non sarai mica renziano?”, mi hanno fatto arrabbiare e capire quanto questo referendum fosse diventato una farsa. Un trucco orrendo per dividere l’Italia in due, arbitrariamente, senza tenere conto delle sfumature. Un voto tecnico (che, tra le altre cose, non andrebbe lasciato MAI in mano alla massa) divenuto una dichiarazione di intenti politici.

E allora in culo a tutti. In culo a chi è andato a votare a questa farsa credendo di stare esercitando il suo diritto di voto e si sente superiore. In culo a chi non è andato sentendosi superiore a chi è andato a votare per aver vinto. In culo a Renzi e alla sua demagogia. In culo a Salvini e al suo populismo becero. In culo agli italiani, me compreso, che non si rendono conto che il detto “divide et impera” è sempre attuale.

Ero dalla parte dei vincitori, ma mi sento sconfitto.

Oh, prometto che torno a parlare di minchiate dal prossimo post.

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Occhi

Camminavo per strada, oggi. Senza musica, senza niente a cui pensare, e me ne sono accorto.

Guardo solo per terra. Di default ho lo sguardo diretto verso il basso, davanti a me. Cosa significa? È un indice del mio pessimismo? Della disillusione, del mio modo di pensare secondo il quale tanto non c’è niente di interessante da guardare?

Eppure non è così. Lo so bene. Ho provato ad alzare lo sguardo e c’era la Mole, imponente e fantastica. Il cielo, striato di nuvole, non il mio preferito ma decisamente incantevole. Essendo in zona Palazzo Nuovo anche la quantità di ragazze belle da togliere il fiato non era da sottovalutare. Ho provato a fare attenzione, tante cose che non avevo mai notato nel tragitto casa-conad mi hanno lasciato piacevolmente sorpreso. Come ho fatto a diventare così? A non voler più fare attenzione alle cose, belle e non? A chiudermi in me stesso? Ad abituarmi a vivere a testa bassa?
Non so quando, di preciso, eppure una volta ero diverso. Ero curioso, esigevo di sapere le cose, volevo esplorare, volevo una conoscenza totale e impossibile di quello che mi circonda. Leggevo una marea di libri all’epoca, mi informavo sul mondo, parlavo con gli altri… E poi basta. A un certo punto ho smesso. Non so precisamente quando, ma ho smesso di cercare di espandermi. Ho chiuso le porte del mio immaginario castello, riempito il fossato, rinnovato netflix e mi sono estraniato dal mondo. Ho pian piano smesso di fare ogni cosa che mi impiegasse la mente, ho smesso di suonare con costanza, di leggere, di guardare film belli. Ho cominciato a giocare ai videogiochi, tanto, troppo (chiariamo che questo non significa che smetterò di giocare a LoL prima di arrivare almeno a gold.) Non ho più fatto nuove amicizie, anzi, ho cominciato ad allontanarmi dalla gente, comportandomi… beh, male. Non cercando nessuno, non essendo più una persona con la quale sia piacevole passare una serata, non ascoltando più la gente. Anche oggi, dopo cena, sono passati dei nostri amici e io mi sono messo a scrivere questo pezzo, quasi ignorandoli.

Sono rimasto addormentato. È una metafora trita e ritrita, oh, ma se la usano tutti un motivo ci sarà. Sono rimasto addormentato, mi sono anestetizzato, e ho cercato di evitare ogni possibilità di destarmi.
Non mi sono ancora svegliato, assolutamente, ma credo di avere finalmente raggiunto quella fase del sonno dove cominci a sognare lucidamente, con cognizione. Quando ancora sei soggetto alle regole del sogno, alle regole irrazionali e imperative del mondo onirico, ma riesci a capire cosa ti sta succedendo. Ed è terribile essere qua. È già un passo avanti, oddio, ma ancora devo lavorarci.
Ho ricominciato a leggere, ho quasi ripreso a suonare, sto recuperando film e serie tv belle, bellissime. Forse presto riuscirò a tornare a essere un umano sociale e funzionale, non ne ho tanta voglia ma so che ne ho bisogno.

E comincerò a guardare verso l’alto. A testa alta. Che non ho certo motivi di piangermi addosso, è ora di darmi una svegliata. Metaforicamente e letteralmente. Mi piacerebbe piangermi adosso, è molto più facile. Anche dare la colpa a qualcos’altro, va tanto di moda, ti esula dalle responsabilità che ti dovrebbero spettare e ti mette in pace con te stesso.
Ma non sarebbe giusto.
Sarebbe la scorciatoia.
Quella che ti toglie dalle grane facilmente ma non ti insegna niente.

Insomma, una cosa inutile.

E allora su gli occhi. Nel cielo, verso i monumenti, verso la natura. E magari anche negli occhi delle altre persone. Ma quello con calma.

Musica

Cominciai a suonare nell’inverno del 2008. Credo sia finora la scelta che più mi abbia influenzato in positivo.

Cominciai col basso per il motivo più stupido del mondo, che credo sia quello per cui metà dei bassisti inizi. Due miei amici suonavano già la chitarra e la batteria e gli serviva il terzo, tutto qua, e già da un annetto o due mi stavo interessando al rock (o a quello che credevo essere rock. Dio. La vergogna.), quindi mi feci convincere e mi feci regalare da mio nonno il mio primo strumento e il mio primo amplificatore (che, tra l’altro, era una bomba e uso ancora adesso, povero Steve.) Così cominciammo a suonare nella mia cantina, Green Day e Nirvana.

Orribile. Eravamo inascoltabili, ovviamente, ma era un’esperienza strana. Mi sentivo bene, non riuscivo a capire.

Non suonammo mai in giro, forse una volta alla festa di un nostro amico. Ancora non sapevo cosa fosse stare su un palco.

Questa esperienza arrivò un anno dopo, a dicembre del 2009. (altro…)

La presa

Non mi succedeva da tempo, di essere preso da un’opera. Mi è successo ora due volte in due giorni, prima con una serie tv (Mozart in the jungle) e poi con un libro (Fahrenheit 451), per motivi diversi.

Essere presi, davvero presi, è una cosa magnifica. La maggior parte delle cose che ho letto, visto o giocato negli ultimi anni non erano così. Erano modi di passare il tempo, belli certo, fatti bene, ma non mi ci ero connesso così profondamente. Non sono più i tempi nei quali passavo pomeriggi a leggere Hemingway o ore a giocare ai pokémon. Ora quando guardo qualcosa, gioco, leggo, è per distrarmi, spesso faccio due delle tre cose assieme (grazie Blizzard per aver messo hearthstone su tablet), non mi appassionavo più di tanto. Nella mia infanzia ho letto TANTO e giocato TANTO, quindi da qualche anno a questa parte non trovavo più cose che mi stupissero o catturassero. Perfino la Trilogia della Fondazione di Asimov, che ho finito di leggere qualche settimana fa, per quanto fosse bellissima e uno dei libri caposaldo di qualsiasi cosa fosse stato scritto dopo il 1960, non mi aveva preso. La leggevo perché era bella, nelle pause tra le lezioni, ogni tanto in casa, ma non si legava a me così strettamente, sapeva di già visto, era prevedibile (una prevedibilità dettata dall’uso spropositato che è stato fatto dei canoni e delle idee usate nella trilogia da parte di ogni singolo scrittore/regista/programmatore degli ultimi 70 anni, certo, ma comunque una prevedibilità che in parte mi ha tolto un po’ del piacere della scoperta che c’è nel leggere). Per le serie tv avevo bisogno di almeno tre o quattro episodi per essere preso, anche un’intera stagione. Non c’era niente che mi colpiva subito, c’erano certo cose che mi intrigavano (Fargo, sto guardando te, insieme a Parks and Recreation) ma avevano bisogno di tempo per sviluppare una presa.

E invece.

E invece cazzo, questo libro e questa serie sono una bomba per me.

Finita la prima puntata di Mozart in the jungle, sono rimasto stordito. E ne volevo ancora. Mi sono mangiato altre due puntate, poi il treno è arrivato in stazione e blablabla vari, ma oggi credo finirò la serie. Anzi, sicuramente finirò la serie. Anche mentre scrivo qua, sto solo aspettando di aprire vlc e rituffarmi nel mondo di note e cazzate che è Mozart in the jungle. Perché parla di quello, note e cazzate, un binomio perfetto per me. Una colonna sonora così e una storia così… “vicina” alla mia età non poteva che catturarmi, senza resistenza alcuna.

E Fahrenheit 451? Guardate, vi cito l’incipit.

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla stolida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. egli camminava dentro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un’altea su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.

Cioè. Cos’è sta roba? Da dove è uscito? È genio allo stato puro, una poesia più poetica della poesia, un incantesimo di inchiostro. È bastato questo per farmi innamorare del libro. Non avevo mai letto niente scritto così. Così onirico, così brutalmente gretto. La descrizione della barbarie elevata al sublime. So già che questo librò lo divorerò in pochissimo tempo, tempo che dividerà con Mozart in the jungle.

Ecco, per due motivi diversi sono tornato bambino. Quando ancora i mondi scritti non erano stati visitati, quando muovevo i primi passi su Arda, quando i Terran erano sotto attacco e ommioddio cosa sarebbe successo. Quando, insomma, il mio zainetto era ancora vuoto, lo zainetto che col tempo, viaggiando attraverso mondi diversi si è trasformato in una rimorchio pieno di invenzioni, trucchi stilistici, personaggi e trame. Un rimorchio che mi toglie molte volte il piacere della scoperta, in un semplice “ah sarà come in libro X” che dissipa la magia della narrazione.

Una serie tv che si legasse alla musica mi mancava. Era dai tempi di Beck che non ne guardavo una. E come Beck, chissà cosa mi lascerà questa volta.

E un libro che mi prendesse non per la storia ma per la scrittura, non ricordo neanche esistesse. Forse Il Vecchio e il mare, forse, ma non ne sono neanche troppo sicuro.

In sostanza, oggi sono un po’ più felice. Di aver ritrovato quella scintilla che avevo perso da tempo nel mio rimorchio, tra il bailamme di cose accumulate. E di aver scoperto di potermi ancora stupire, e che ci sono ancora tante cose che ancora il mondo ha da darmi. Chissà.

Storia di una connessione e delle Madonne che fece volare

Per quelli a cui non piaccia leggere tanto, l’ultima frase è un riassunto abbastanza esaustivo.

Sono studente fuori sede di Lingue a Torino. Al secondo anno del mio corso di studi io e i miei coinquilini abbiamo deciso di smetterla di capitalizzare sulla chiavetta internet del genitore di uno di questi e di sottoscrivere un contratto con una nota azienda di telecomunicazioni, per poter usufruire di una connessione stabile e condivisa.

Mai avessimo osato un così ardito pensiero.

Ai primi di ottobre del 2013 ci recammo al negozio per redigere il contratto, operazione che richiese effettivamente poco tempo una volta raccolti i dati necessari. Ci venne detto che saremmo stati contattati entro due settimane per l’attivazione del servizio, cosa che accadde puntualmente. Prendemmo quindi appuntamento per i primi di novembre con i tecnici per controllare i lavori necessari.

E qui finì la parte rilassante.

Vennero i tecnici. Due persone molto gioviali, pronte a scherzare con noi gggiovani, e a fare due battute. Si misero quindi al lavoro, e con un’indole che mi ricordava fin troppo la nostra natia terra ligure, ci dissero che nel nostro appartamentino (in mansarda) mancavano i cavi della linea telefonica e che il lavoro per tirarli su sarebbe stato lungo. Alla nostra reazione (quantificabile in un “e a noi che ce frega?), ci dissero anche che i cavi andavano messi all’esterno dei muri, cosa che li aveva già portati ad avere problemi con le amministrazioni condominiali dove già avevano operato. Bastava, però, che ci procurassimo – a scelta – le firme della palazzina o dell’amministratore di condominio e la cosa sarebbe loro andata bene. Nonostante la palese cazzata, ci adeguammo alle loro richieste.

In quel momento, la chiavetta internet venne restituita ai legittimi proprietari, sulle note della frase “tanto tra poco avremo internet, giusto?”

Decidemmo che la via più breve sarebbe stata quella con meno firme da prelevare, e cercammo di contattare l’amministratore di condominio. Purtroppo, nell’androne del palazzo non vi era il suo numero, e optammo per chiederlo allo studio che amministra il nostro appartamento, che lavora dalle 10:38 alle 10:42 dei lunedì bisestili di luna calante. Ci volle una settimana per contattarlo. Una. Settimana. La conversazione andò come segue, vista dalla nostra prospettiva (per la privacy del mio coinquilino, lo chiameremo Al):

Al: “Pronto! Salve! (espressione di gioia estrema mista a quella di chi abbia avuto un’apparizione divina) Avremmo bisogno del numero dell’amministratore di condominio perché [glissiamo sulle chiacchiere da studente di giurisprudenza che riesce a infilare sempre e ovunque]”

Studio: “[…]”

Al: “…ah, sì…va bene…”

Noi: “CHETTIHADDETTO?!”

Al: “Ha…ha detto di dargli il…il numero di cellulare e che…che mi avrebbe richiamato…”

Noi: “NNOOOOOOOOOOOOOOOOO!”

Miracolosamente, dopo solo SETTE ORE riuscirono a trovare il numero e a consegnarlo al prode Al. Che chiamò l’amministratore di condominio.

Al: “Pronto, salve, siamo gli inquilini di […] e avremmo bisogno dei permessi per tirare su i cavi del telefono, visto che volevamo [eccetera, eccetera. Non appesantiamo la storia, che è ancora lunga.]”

Amministratore: “EHMANONSOBISOGNAVEDEREDOBBIAMOINCONTRARCICONL’AZIENDANONSO”

Al (e devo ammettere che ho amato le sue chiacchiere da giurista): “Ma vede, per supercazzolare apedalmente tre volte la sporta traversa si può semplicemente far rotolare la carta verso […] e quindi basta che voi ci facciate pervenire il permesso e andrà bene!”

Amministratore: “…ok, d’accordo, le arriverà via mail.”

DUE SETTIMANE. Due. Settimane. Ad aspettare il permesso. Per chi stia tenendo i conti, siamo verso la fine di novembre. Arrivato il permesso, abbiamo chiamato l’azienda dei tecnici per prendere un appuntamento e chiedere se andasse bene.

Nella prima settimana di dicembre arrivò una figura ammantata di leggenda, un mostro mitologico, a metà tra il minotauro e l’impiegato furbo delle poste: un tecnico che lavorava. Entrò in casa, guardò la situazione, disse

“Bel lavoro del cazzo.”

Andò al piano terra e tirò su i cavi fino al nostro quinto (e ultimo) piano. Eravamo estasiati. Avevamo la linea telefonica, ora mancava solo il modem e tutto sarebbe stato a posto.

Poveri stolti.

Il modem partì il 10 di dicembre da Milano. L’11 dicembre cominciarono le proteste dei Forconi, sciopero nazionale di qualsiasi cosa che bloccò mezza Italia. Ci mettemmo l’anima in pace, e ci preparammo ad aspettare la settimana seguente per avere, finalmente, internet!

Aggiungo qua che sono mediamente (tanto) nerd e gioco a League of Legends. La mancanza di internet per me equivale alla mancanza di nicotina. Eravamo ormai a più di un mese nel quale potevo connettermi solo nei fine settimana. I miei saluti erano ormai diventati “cazzovvuoi?”

Aspettammo il pacco. Ogni giorno. Io, dato che tanto non vado a lezione perché mi credo più furbo degli altri, stavo in casa tutto il giorno per evitare di mancare il corriere. Dopo 3-4 giorni nei quali non ricevemmo niente, chiamammo la ditta che avrebbe dovuto consegnarci il modem. Scoprimmo che avevano l’indirizzo sbagliato, quindi diedi loro quello giusto, il nome a cui citofonare e il mio numero di cellulare, raccomandandomi caramente di chiamare per ogni evenienza, e mi rassicurarono che il giorno dopo avremmo ricevuto l’agognata preda.

Il giorno dopo non ricevemmo un cazzo.

Richiamai. Feci di nuovo presente il problema, diedi di nuovo tutte le informazioni utili alla buona uscita dell’impresa e pregai.

Il giorno ancora dopo non ricevemmo un cazzo di niente.

Richiamai e, stavolta, scoprii una cosa simpaticissima: non potevo più parlare con nessuno che non fosse Vittoria, la voce preregistrata che mi diceva che il pacco sarebbe stato consegnato “secondo accordi presi col destinatario”.

Non ricevemmo più niente e arrivarono le vacanze di Natale. In un turbine di decorazioni, buoni sentimenti ipocriti, apatia e altre amenità, mi disinteressai del tutto della situazione (complice l’avere una connessione per più di due giorni consecutivi e poter finalmente tornare sulla Summoner’s Rift), quindi saltiamo alla fine delle vacanze.

Sei dicembre. Salgo in quel di Torino per prendere i libri dell’esame della settimana seguente (e per votarmi alla Gran Madre per riuscire a passarlo, cosa che avvenne), e nel mentre grazie al sito della ditta di trasporti e al cellulare nuovo ultrafigoso scopro il sistema di tracking del pacco, che mi dice che “la consegna è prevista in data odierna”, come da circa due settimane a questa parte. Ecco come si consumò la giornata del 7 dicembre:

  • Sveglia, colazione, controllo del tracking del pacco – nulla di nuovo all’orizzonte
  • Uscita di casa alle ore 9:40 circa, passaggio in biblioteca, libreria, copisteria. Alle ore 11:00 rientro in casa e controllo del tracking del pacco – niente di nuovo all’orizzonte
  • Studio matto e disperatissimo interrotto solo dal trittico futurama-simpson-dragonballz e da un controllo ossessivo del tracking del pacco – nulla di nuovo all’orizzonte.
  • Ore 16:50 circa, uscita di casa per riconsegna di un libro in biblioteca e altro giro di librerie. Rientro in casa alle ore 17:15 circa e controllo del tracking del pacco – “il destinatario risulta assenteCOSA?!
  • Bestemmie plurime

Nello sconforto più totale, il sito della ditta mi propose due scelte oltre alla mia, personalissima, di dare fuoco a tutto e tutti: andare a prendere il pacco in una loro sede o dare di nuovo indirizzo, nome, numero di cellulare e farsi portare il pacco tra le 14 e le 18. Una combinazione di bisogno di studio e culo pesante mi fecero propendere per la seconda opzione.

Ovviamente, non arrivò niente. E la sera, al solito controllo del tracking del pacco, venne fuori la scritta “la consegna verrà effettuata al più presto”. Al più presto. AL PIÙ PRESTO DI COSA? Dopo un mese?! La mia pazienza, scomparsa ormai da più di due settimane, mi chiamò dalla Florida per dirmi che restava sempre la soluzione del ritiro in filiale. Fatte le dovute pratiche via internet, andai a letto pregando in un miracolo.

Nostro Signore è sempre occupato per queste cose, a quanto pare.

Entrato nel negozio, chiesi al signore dalla faccia gentile al banco spiegazioni.

Io: “Salve, io sto aspettando un pacco ma non è ancora arrivato…”

Lui: “Da quanto?”

Io: “Eh, un mese oggi.”

“Mh, è un po’ tanto.”

Io (internamente): “Davvero? Ma non me n’ero accorto! Io pensavo che la sua azienda usasse il calendario di Rigel 7!”

Io (esternamente): “Eh già. Le do il numero di fattura, nome, indirizzo…”

“Bene, il pacco è salito sul furgone alle 8 e mezza, saranno partiti per le 9 quindi dovrebbero starlo consegnando adesso.”

Io (internamente): “MAPPORCADIQUELLATR-“

Io (esternamente): “Ah beh, spero di tornare a casa in tempo allora. Il fatto è che ieri su internet avevo detto di mandarlo qua in filiale…”

Lui: “Eh, vorrà dire che non l’hanno neanche visto.”

Io (internamente): “Potrei ucciderti con la metà degli oggetti di questa stanza e usare l’altra metà per occultare il tuo cadavere.”

Lui: “Eh, avrebbe fatto meglio a farlo arrivare qua e venirlo a prendere, lo avrebbe ricevuto in un giorno.”

(Il mio Io interno al momento era impegnato in riti vudù e sproloqui che avrebbero fatto arrossire uno Sgarbi dei tempi migliori)

Lui: “Comunque in caso non arrivasse, passi qua verso le 3, 3 e mezza.”

Va detto che avevo in mente di prendere il treno alle 4 e mezza per tornare a casa a un’ora decente per, che so, fare la mia vita, ma la presa di quest’azienda mi teneva suo ostaggio.

Tornai ovviamente alle 3 e mezza dato che non era arrivato il pacco e il signore, dopo solo 5 telefonate, scoprì il corriere al quale era affidato il pacco (per pura curiosità, mentre parlava coi colleghi ha menzionato che uno di quelli che lavoravano nei quartieri nei pressi di casa mia era stato picchiato selvaggiamente. Giuro, non sono stato io) che, ovviamente, “stava consegnando il pacco in quel momento”. Gli chiesi se fosse possibile consegnarlo più tardi, così che un coinquilino potesse riuscire ad essere in casa, e mi accordarono questa grazia.

La sera, mentre stavo tornando in treno a casa, arrivò il pacco. Era finalmente finita. La presa che era stata sulla mia vita per più di due mesi era stata sollevata.

Andateveneaffanculo, corrieridimmerda.

L’Inizio

Bene. L’Inizio. La parte più difficile di tutto. Come si comincia una cosa? Non è facile come sembra. Cosa si vuole fare? Come si deve fare? Cosa gli altri vogliono che venga fatto? La risposta a tutto è “boh”. Non si sa. Perché è l’Inizio. Ah, la freschezza della parola “Inizio”. Con quella Z sbarazzina in mezzo alle due I.

Questo blog lo apro perché potrò sfogarmi un po’. Come le ragazzine isteriche dei telefilm americani. Sarà un diario personale, che nessuno leggerà sperabilmente. Nascosto in piena vista, son troppo furbo.

Iniziare. Mi fa strano iniziare, ho sempre odiato iniziare. Perché quando inizi a fare qualcosa, vuol dire che non la sai fare. E se non la sai fare sei ridicolo, e se sei ridicolo la gente ti ride dietro e via via che al mercato mio padre comprò. Per questo non ho mai imparato a sciare. Per questo e per il rispetto che ho per la vita di coloro che su una pista da sci non si aspettano una massa da 75 chili che ai 30 all’ora entri loro nelle ginocchia. Che mi hanno detto non faccia bene. Ma questa cosa potrei saperla fare. Alla fine si tratta di scrivere e pensare, faccio le due cose da un sacco di tempo. Spesso non insieme, lo ammetto, ma non si può avere tutto dalla vita.

Direi che in questo blog parlerò di cosa mi succede nella vita, ma visto che non vivo in un film/fumetto/videogioco e che le storie sono molto più interessanti lì, credo che li commenterò. E visto che sono un poco nerd, ne commenterò un sacco.

Bene, a fine dell’Inizio. Già mi piace.