Libri

Incomunicabilità

Ho letto Ender’s Game. E credo in quel libro ci sia uno dei miei peggiori incubi.

Allora, prima di tutto ho constatato che è uno dei libri migliori che abbia mai letto. Scritto bene, scorrevole nonostante la pesantezza degli argomenti, realistico entro i parametri della fantascienza. E poi cinico, senza buonismi di sorta che ogni volta che li trovo in un’opera mi infastidiscono, insomma un libro che proprio mi è piaciuto.

Ah, da qui partono gli spoiler eh. Che non vorrei causare traumi. Se non lo avete ancora letto fatelo e non ve ne pentirete.

Il messaggio di fondo, almeno quello che è arrivato a me, è fantastico. Non è una morale. Non insegna che col duro lavoro tutto andrà per il meglio. Non insegna che i buoni vincono e che i cattivi perdono. Insegna che vince il più forte, o meglio il più intelligente, e quello che è disposto a tutto per vincere. Se questo qualcuno è dalla nostra parte, possiamo affidarci a lui e credere che i buoni vincano, e va bene. Ma non è così. E per avere qualcuno disposto a tutto pur di vincere, bisogna essere disposti a tutto pur di averlo. L’infanzia di Ender è uno schifo, e non è uno schifo perché nessuno se ne accorge: è uno schifo perché DEVE esserlo. E gli adulti si preoccuperanno di renderla tale per il bene dell’umanità, e non c’era altra scelta. La brutalità della Scuola, del Gioco, tutto è l’unica soluzione possibile, che come spesso accade è la più disperata e quella che creerà più problemi una volta che si sarà risolto il primo.

“A mali estremi, estremi rimedi” è lo spirito che aleggia su tutto il libro. Le soluzioni facili, che non lasciano problemi dopo, sono quelle che non risolvono i problemi grandi. Il sacrificio di Ender, della sua normalità (o del tentativo di averne una) è quello che serve per vincere, e lo si farà. La moralità è secondaria in situazioni del genere, è l’istinto di autoconservazione che regna.

Ma tra tutto quello che c’è nel libro, la tortura psicologica, la freddezza di Ender e Peter, lo xenocidio, la cosa che più mi ha turbato è un’altra. L’impossibilità di comunicare con i Bugger (gli alieni, l’ho letto in inglese e non ho voglia di andare a cercare).

Io studio lingue, e il linguaggio è il mio Dio. Non le lingue, ma proprio il linguaggio, la capacità di comunicare. La possibilità di trasmettere il proprio pensiero, di farsi capire da altre culture e altre persone. La soluzione (e forse la causa, chissà) dei problemi del mondo, rappresenta la volontà di mediare, di poter capire gli altri. Di poter empatizzare. Di poter evitare cose stupide. Tipo una guerra interplanetaria.

L’impossibilità di comunicare ha causato tutto nel libro, e non è un’impossibilità, chiamiamola “di volontà”, cioè l’ignorare semplicemente gli altri: è un’impossibilità fisica. E cosa è possibile contro l’impossibilità fisica di comunicare? Cosa si può fare per capire qualcosa che NON può essere capito?

Non lo si fa. Lo si attacca. Lo si distrugge. Per evitare anche la remota possibilità che sia pericoloso. Ed è quello che farei anche io. Per paura, certo. Se si può capire una cosa, bisogna cercare di farlo. Ma se non si può, è la fine.