Musica

One comic, one series, one band

Leggo, guardo e ascolto un sacco di roba nel (troppo) tempo libero che ho, quindi ho pensato di scremare tra tutti i miei interessi e proporvi qualche modo bello di passare il tempo, con qualche gemma magari poco conosciuta che penso possa essere apprezzata.

FUMETTO

Le Bizzarre Avventure di Jojo

Allora. Qua parliamo della storia della fumettistica orientale, mica balle.
Questo manga l’ho scoperto da poco più di un anno, benché vada avanti dal 1987. La storia è quella della famiglia Joestar e del loro destino, che pare essere sempre catastrofico e doloroso, ed è divisa per ora in 8 parti di lunghezza apparentemente esponenziale. Ogni parte ha un protagonista diverso, accomunati dal loro soprannome, che è sempre JoJo a causa del sottile senso dell’umorismo della famiglia (Jonathan Joestar, Joseph Joestar, Kujo Jotaro e alla via così). Iniziato come un horror splatter, una storia di vampiri e maschere rituali, ha passato quasi ogni genere tipico dei manga e non, dalle botte pure della Parte 2 (Battle Tendency, appunto) allo slice of life investigativo della parte 4, fino alla parte 8 che… parla di… non lo so, non si capisce.

Ecco, questo è l’unico punto fermo della saga: non si capisce. O meglio, lo stile della narrazione, dei disegni, le invenzioni dei poteri sono talmente esagerate che a un certo punto si smette di cercare di trovare una spiegazione alle cose (più precisamente con King Crimson, il potere del villain della quinta serie, che funziona… perché sì), ci si rilassa e si gode dei risvolti sempre più folli che tirerà fuori l’autore, Hirohiko Araki (che a quanto pare è immortale).

Tra queste invenzioni ci sono gli Stand, che dalla parte 3 in poi sostituiranno il più “banale” potere delle onde concentriche (Hamon in lingua originale). La decisione di usare questa nuova forma di potere, in pratica una materializzazione della forza emotiva (o della badassaggine) di eroi e cattivi venne dalla “rivalità” che c’era all’epoca con Dragon Ball e gli altri manga che cementeranno il genere shonen e dalla necessità di distinguersi da essi per rimanere a galla.

Ma se è al pari di Dragon Ball, perché in occidente se ne è sentito parlare pochissimo?

Per problemi legali. Banalmente. Perché Araki è un grande estimatore della musica rock e pop occidentale, e quasi ogni cosa del suo universo ha un nome che rimanda a band, artisti o canzoni. Quindi, per evitare grane, il manga è stato tradotto in pochi paesi (Italia, Francia e Taiwan mi pare) e mai in America, rimanendo quindi di nicchia.

Che è una merda, perché è davvero, davvero un signor fumetto. La costante che lo pervade è l’epicità, che dalla prima parte ambientata a fine diciannovesimo secolo alle seguenti che arrivano ai giorni nostri non cala mai, sia grazie al tratto di Araki che alla sua narrazione. Ma c’è di più in quest’opera, anzi, c’è tutto. Fantasy, horror, fantascienza, crime, ogni genere è stato toccato, rimodellato, riformato per entrare in un universo dominato da poteri immensi che derivano però dall’uomo, che quindi li può controllare.

Il manga ha poco meno di 900 capitoli, quindi se cercate una lettura di svago che non finisca tanto presto e che abbia comunque segnato un pezzo della cultura giapponese, questo è quello che fa per voi. Fate un gioco simpatico: quando avrete finito la parte 3, fate attenzione a quanti altri fumetti o videogiochi fatti in Giappone la citino almeno in parte. Resterete sorpresi.

SERIE

Community

Questa è senza ombra di dubbio la mia serie preferita degli ultimi anni, e non riesco a capire perché ci fosse così poca gente a seguirla, talmente poca che è stata addirittura interrotta. Fortunatamente internet è meglio della televisione e Yahoo ha avuto abbastanza cervello da capire che farsi scappare la comedy più intelligente in circolazione sarebbe stato un crimine.

La scusa che usa questa comedy per mettere assieme un gruppo di perfetti sconosciuti è un community college. Qua gente di ogni genere, dalla casalinga al sessantenne ai diciannovenni senza futuro si trovano a studiare per poter ottenere una laurea. Che questo community college, Greendale, da a cani e porci, avendo la stessa serietà di Sesame Street come insegnamento (non come qualità di insegnamento, quella di Sesame Street è infinitamente migliore).

Fatto sta che, senza scendere nei dettagli, il gruppo dei protagonisti, vario come non mai, si ritrova per studiare assieme, dando il via alle solite stupidaggini da comedy che man mano si evolvono in qualcosa di più, arrivando a escalation di idiozia da manuale (dico solo “puntate del softair”). Il microcosmo dove tutto ciò avviene, Greendale, accetta questo genere di comportamenti, ma non per questo il resto del mondo li considera normali o gli effetti delle azioni stupide dei protagonisti vengono loro risparmiati. In tutto questo è la sottile ironia delle situazioni ciò che rende questa serie così grande, il non prendersi mai sul serio, anche quando ci si sta prendendo troppo sul serio.

Se vi piacciono le serie tv, se vi piacciono le comedy in cui si ride ma in cui si sente un retrogusto amaro a tratti, questa è una perla da scoprire. Sono sei stagioni, le prime cinque trasmesse in tv (e la quinta un calo abbastanza netto rispetto alle altre, ammettiamolo), mentre la sesta viene mandata in onda da Yahoo, e per questo, credo, a mio giudizio più libera e più cattiva. Il che è un bene, e il livello è uno dei più alti di tutta la serie.

Poi c’è Annie che si merita tutto l’amore della Terra e solo per lei dovreste aver già scaricatcomprato tutta la serie.

GRUPPO

Diablo Swing Orchestra

Allora, iniziamo col dire che i miei gusti girano attorno al metal. Se non vi piace questo genere di musica, i miei consigli il più delle volte si riveleranno inutili.

Poste queste basi, i Diablo Swing Orchestra sono un gruppo di folli che mischiano metal, swing e musica sinfonica. I loro pezzi sono un’euforia di suoni, accattivanti e diabolici. Parlare di musica, come disse Zappa, è però come ballare di architettura, quindi dico solo che la loro discografia consta di 4 album, e che il mio preferito tra di essi è The Butcher’s Ballroom, che lascio come chiusura di questo post.

Alla prossima.

Stand by me

Oh, sono come uno di quei parenti che lo si vede solo ai funerali. Ieri è morto Ben E. King, l’autore di una delle canzoni più belle e toccanti di tutta la musica leggera e di altre che conoscono in pochissimi, me escluso, sempre di una bellezza incredibile. La notizia mi ha colpito più di quanto pensassi, probabilmente perché Stand By Me la suono un giorno sì e l’altro pure e quelle quattro note mi sono entrate ormai sottopelle. Mi sono sentito come se fosse morto un familiare, una persona a me vicinissima, avevo quasi le lacrime agli occhi. E, ripeto, conoscevo di suo solo Stand By Me (occristo, anche questa era sua), quindi non è come quando era morto Ronnie James Dio o Richard Wright (quest’ultimo particolarmente toccante perché avevano appena detto avrebbero toccato Genova col tour, maledetti). E credo che molti si siano sentiti come me. Pur essendo conosciuto dai più solo per una canzone, questa canzone ha parlato per più di 50 anni al cuore di chiunque l’abbia mai sentita. Con solo quattro accordi e un paio di violini il signor King è riuscito a creare una pietra miliare della musica, incidendo il suo nome sul muro della storia. Mi chiedo cosa abbia provato in tutti questi anni, sentendo la sua canzone sempre più suonata e sempre più diffusa, sapendo che quando sarebbe arrivato il giorno fatidico, nessuno si sarebbe dimenticato di lui. Tutto il mondo avrebbe cantato ancora, e ancora, per chissà quanto tempo il suo gioiello, di fatto estendendo il suo impatto sul mondo potenzialmente all’infinito, che è quello per cui siamo qua alla fine, lasciare un qualcosa, che sia un figlio, un’invenzione o chissà cos’altro come segno del nostro passaggio. Sto scrivendo per ricordarlo pure io, nel mio piccolo, e ringraziarlo di quello che mi ha donato con 3 minuti scarsi di canzone, per tutte le volte che la sentirò e mi solleverà anche se per poco dai miei pensieri.