Rant

DI REFERENDUM E DIVISIONI

Non sono andato a votare.

Perché? Perché questo referendum faceva schifo. Ho passato 3 settimane a informarmi su un argomento troppo tecnico, per il quale sarebbero serviti anni e anni di studi. E le informazioni che mi arrivavano erano, chiaramente, di parte, ma orrendamente sbilanciate sul denigrare gli oppositori. Chi avrebbe votato no era brutto e cattivo, chi avrebbe votato sì ingenuo e sinistroide. I Mattei hanno trasformato un quesito tecnico in una questione puramente politica, formando due fronti opposti che hanno cominciato, come scimmie, a tirarsi merda addosso.

Che questa era politica fosse all’insegna della strumentalizzazione di ogni cosa lo avevo appurato, ma mai mi aveva fatto ribrezzo come oggi (ieri, la settimana scorsa). Disinformazione da tutte le parti, dati riportati a caso, decisioni basate su foto di gabbiani intrisi di petrolio. Entrambi gli schieramenti sono stati ugualmente tremendi.

Alla fine della fiera ero arrivato a propendere per il no. Parlerei anche di questa fantastica idea tutta italiana del sabotaggio del quorum, che costringe chi vorrebbe votare no a starsene a casa, ma preferisco soprassedere per evitare di scendere nella volgarità. Non andare a votare mi ha fatto sentire sporco dentro, ma anni di videogiochi mi hanno fatto desistere dal fare la cosa di cuore in favore del comportamento logico che avrebbe portato a un risultato a me favorevole.

Le parole di mia madre al sentire questa decisione, “Ma non sarai mica renziano?”, mi hanno fatto arrabbiare e capire quanto questo referendum fosse diventato una farsa. Un trucco orrendo per dividere l’Italia in due, arbitrariamente, senza tenere conto delle sfumature. Un voto tecnico (che, tra le altre cose, non andrebbe lasciato MAI in mano alla massa) divenuto una dichiarazione di intenti politici.

E allora in culo a tutti. In culo a chi è andato a votare a questa farsa credendo di stare esercitando il suo diritto di voto e si sente superiore. In culo a chi non è andato sentendosi superiore a chi è andato a votare per aver vinto. In culo a Renzi e alla sua demagogia. In culo a Salvini e al suo populismo becero. In culo agli italiani, me compreso, che non si rendono conto che il detto “divide et impera” è sempre attuale.

Ero dalla parte dei vincitori, ma mi sento sconfitto.

Oh, prometto che torno a parlare di minchiate dal prossimo post.

Orizzonte di attesa e altre menate su Batman vs Superman

Woah, un post.

Sì, sto blog lo tratto un po’ male, vengo quando mi fa comodo, lascio due parole e poi non ci si sente più per dei mesi. La costanza, questa sconosciuta.

Era un po’ che sentivo il bisogno di mettere nero su bianco qualche pensiero su questo film. Già solo il fatto che sia andato a vederlo è un miracolo, visto il razzismo che provo contro la DC. Intendiamoci, ha solo cementato la mia convinzione che la Detective Comics sia caccapupù, ma c’era qualcosa che non capivo. La storia, i temi, la fotografia, gli attori, mi sono anche piaciuti a tratti. Perché allora non mi è piaciuto tutto l’insieme? Pensandoci su ci sono arrivato, e ora devo fare un po’ di chiarezza. Per me principalmente, ma l’ego c’è sempre. Ascoltatemi, pubblico dei miei stupidi ragionamenti.

Allora. L’orizzonte di attesa. Cos’è? Si può identificare con le aspettative del pubblico. Tipo chi mi legge si aspetta qualche riflessione, non troppo profonda, su delle nerdate, il tutto farcito da battute orrende. Come il blog di Ortolani ma senza disegni o talento. Se per caso trovasse dei pensieri profondi sarebbe solo piacevolmente sorpreso. Tenere l’aspettativa bassa è un trucchetto non da poco.

Alla Warner Bros hanno invece pensato bene di montare un hype tremendo per questa pellicola. Che l’hype sia la strategia commerciale per eccellenza ormai è assodato, quindi non me la sento di dar loro troppo contro per questa decisione. Però.

Però scusa eh. Ma mi stai facendo un cinecomic. Cosa li vado a vedere i cinecomic a fare se non per passarmi 2 ore a cervello in folle? Non pretendo che siano The Departed, per Diana (Prince), voglio che siano decenti. A volte neanche pretendo che lo siano (perché continuo a seguire quella barbarie dei film degli x-men. Perché.) Tu mi fai vedere due cagate nel trailer, della cgi stupida, qualche scena a effetto molto cheesy, le mie aspettative si abbassano, e via. A posto così. Vado a vedere una cosa che reputo un 6, 6 e mezzo, consapevole della scelta, e ciao. Poi magari ci sono anche piacevoli sorprese (Quicksilver anyone?).

Invece no. Questo era il film dell’anno. Questo a detta loro era una cosa seria. Questo aveva temi forti, temi impegnati, faceva pensare. Cose che apprezzo in un film.

Ma sono cose che stai facendo dire a uno in calzamaglia. A uno in calzamaglia con le mutande sopra, dai. Possono succedere due cose: o sei il dio della sceneggiatura e della regia incarnato in un piccolo uomo e tiri fuori il miracolo o, molto più probabilmente, stai per girare una vaccata pazzesca. Hai presente Icaro?

Mi hanno venduto queste due ore e quaranta (DUE ORE E QUARANTA, tra l’altro)  come un gioiello, una ridefinizione di genere, una perla rara. Invece era come gli altri. Solo con meno botte, più pipponi su cose tra l’altro già trattate in altri cinecomic, nei PRIMI cinecomic dell’era moderna, quei primi film degli x-men, e dei punti di trama troppo, troppo forzati.

Intendiamoci, alcune cose mi sono piaciute. Lex Luthor (credo. A me pareva il Joker, ma son dettagli) era interessantissimo e Eisenberg bravissimo. Affleck, checché se ne dica in giro, ha dato un’interpretazione molto bella di Batman, e il suo comportamento nei combattimenti è spettacolarmente adeguato: un supereroe con i suoi anni di esperienza sulle spalle che contro normali criminali non ha problemi e un approccio pragmatico, mentre contro il mostrone urendo obbligatorio finale, giustamente, scappa e basta. E ancora altre cosette che ora non ricordo perché son scemo. Toh, Zimmer alle musiche che WOW come sempre.

Ma alla fine mi aspettavo di più. Molto di più. Un film che mi lasciasse spiazzato, che mi togliesse il fiato. Faccio il confronto con The Departed che ho visto da poco e mi mette bene: nella pellicola di Scorsese non c’è un attimo in cui vorresti alzarti e andare in bagno. Ti tiene incollato. Le discussioni su potere e corruzione ci sono, ma sono dialoghi geniali, messi in posizioni pensate bene, alternate a scene di azione che intrattengono. Qua no. I primi tre quarti d’ora sono praticamente un riassunto di Man of Steel. Poi altri tre quarti d’ora di menate. Non è  lento, è semplicemente noioso.

Faccio che chiudere che ho perso la vena. Riassumendo, il film è godibile come un cinecomic normale. Storia, gente che si mena, citazioni ai fumetti, tutine e mentoni. È stato il venderlo come se fosse Quarto Potere la sua morte.

E infatti la WB sta correndo ai ripari, rendendo Suicide Squad ancora più caciarone di quanto già sarebbe stato. Ecco. Questo film mi è stato venduto come caciaronata, uguale a Deadpool. E Deadpool è uscito perfetto. Sono sicuro che andrò a vederlo e mi piacerà.

DC, i fumetti sono fumetti. Le graphic novel lasciatele su carta e portate le caciaronate. Che se voglio qualcosa di serio so dove guardare.

Peace. Magari riprendo a scrivere almeno una volta al mese. Chissà.

Dei film di supereroi

A quanto pare, è uscito il trailer del reboot dei Fantastici Quattro. Ecco, giusto due parole ora.

Che. Cazzo.

Solo queste due parole. Che cazzo.

Avrei dovuto spegnere il video già a “dai produttori di X-men: days of future past”.

Perché? Cos’è questa roba cupa da Nolan? Ma vi siete fritti il cervello? (Beh che dopo X-men: days of future past un po’ me lo aspettavo che non ci fosse più una mente pensante dietro a sti film).

Allora, come dice il Maestro, la tendenza da sempre, per motivi a noi sconosciuti, è che i film della Marvel sono prodotti di intrattenimento felice, senza pensieri, mentre quelli della DC sono roba da cilicio e digiuno. Non dico che sia un bene, che i film Marvel siano tutti delle puttanate, ma se ci fai l’abitudine e vai lì per vedere i tuoi (miei) personaggi preferiti fare le battutine e le cagatelle consapevole di aver fatto questa scelta ci può anche stare. Basti guardare Guardians of the galaxy, il più cagata degli ultimi film marvel e quello che più mi è piaciuto alla fine. Senza pretese. Divertente, cose che esplodono, epicità a pacchi, colonna sonora indiscutibilmente figa.

Perché la Marvel non è quasi mai stata così cupa. Così pesante. Era quella colorata. Quella con un circo come villains. Giuro. Se Nolan mi fa un film di Batman in cui si soffre per due ore, certo che ne sono contento. Batman è sofferenza, e così va tradotto. (Fun fact: non ho visto nessuno degli ultimi film tratti da fumetti DC. E per ultimi intendo tipo degli ultimi 6-7 anni.) Con personaggi così puoi fare cose di una dimensione epica.

Con la Marvel mette male. Devi andarti a cercare gente sconosciuta ai più (e clone di Batman), oppure Silver Surfer se vuoi buttarla sul filosofico.

Ma tu no, tu mi vai a fare un film su un tipo che si allunga a piacere, uno che va a fuoco, una donna che non si vede e un uomo roccia e vuoi farlo serio alla Batman. E ben, dici, c’è il Dottor Destino. Passato tormentato, voglia di vendetta, il peso di una nazione su di lui, la nobiltà, la stregoneria, è un blogger e programmatore.

What.

Aspetta un attimo.

E non si chiama Von Doom ma è il suo nickname.

Ma allora ti vuoi male. L’unica cosa che potevi prendere paro paro dal fumetto per fare una cosa seria te me la smorzi così. Per dargli un modo ggggiovane di esistere. Potevi prendere dalla saga ultimate (cosa che mi pare tu abbia fatto, visto il portale per la zona N) e metterlo con loro. No. Un blogger.

Non dico che adattare i film di supereroi sia una cosa facile. Prendere un prodotto della cultura di 45 anni fa e schiaffarli nell’era di internet e dei selfie (giuro che se vedo i F4 farsi un selfie vado a prendere a schiaffi il regista). Ed è un lavoro delicato. Capisco quindi tagliare qualcosina. Cambiare dettagli che, per quanto possa dare fastidio, alla fine riescono a recuperare il personaggio. Ma qui hai spogliato Victor Von Doom della sua regalità. Del suo potere. Di ciò che lo rendeva Destino: l’arroganza, la supponenza, l’impossibilità di vedere in se stesso il responsabile dei propri sbagli (Cioè, Destino era il prototipo del giocatore medio di Solo q a LoL). E spogliato di quello cosa rimane? Rimane un frustrato senza motivi.

Che alla fine, della Marvel sono belli i villain. Gli eroi sono un po’ noiosi alla fine. Simpatici compagnoni, non dimentichiamocelo, Spider-Man ha fatto delle battutine un’arte, e Tony Stark era un alcolizzato donnaiolo, ma non epici. Normali. Era anche quello che ha reso la Marvel così grande, la normalità dei suoi eroi, la possibilità di immedesimarsi (supereroi con superproblemi anyone?)

E per compensare, tra l’immensa schiera di villain tamarri e stupidi (uno su tutti Il Trichecho. Rigiuro.) c’erano delle figure di un’epicità immensa. Il Goblin. Appunto, il Dottor Destino. Magneto.

Magneto. L’immenso Magneto. Che mi porta a un altro argomento: chi hanno chiamato per fare Magneto? Ian McKellen. Che è più che immenso. Vedi l’importanza del casting? Ian McKellen era già Magneto. Da quando era nato. Come tutti i Dottori di Doctor Who lo erano già.

E tu mi prendi la torcia umana nera.

Dai. Capisco la Cosa, che può avere un suo malato perché farla di colore, ma la Torcia? Perché? Per le battutacce sul fatto che si sia bruciata? Vivevo anche senza. Questa cosa del DOVER mettere qualcuno di colore a caso mi ha un po’ rotto le palle. Il politically correct fa schifo.

In sostanza, quindi, sto trailer non mette hype, fa sospirare, ma di rassegnazione. Ormai i film di supereroi servono solo a lamentarsi. Che a me piace anche, non dico di no, però un minimo. Fatemi lamentare del fatto che i peli della sopracciglia destra di Reed Richards fossero 48 in meno rispetto al fumetto, non del fatto che il Dottor Destino è un cazzo di blogger.

Ma tanto lo sappiamo che andrò a vedere anche questo film e verrò fregato dalla scena finale. Che sono sicuro tireranno fuori gli Inumani e sarò lì come un bambino a girarmi verso gli altri e “GLI INUMANI CRISTO GLI INUMANI SARÀ LA COSA PIÙ FIGA DEL MONDO!”

E poi Freccia Nera sarà tipo il proprietario di un autogrill.

Argomenti spinosi: la religione

Ok, l’attentato a Charlie Hebdo ha scosso un po’ tutti. Personalmente, da quando è successo mi sono messo a riflettere su un argomento che già mi aveva dato da pensare, che essendo nel titolo credo sia facile da indovinare.

Tolgo la polvere da questo blog per sfogarmi e scrivere, che non lo faccio da… un annetto quasi, giusto giusto. Sarà la sessione d’esami che avanza ogni volta.

Allora. Per prima cosa, devo dire che non sono sempre stato uno che non sopporta la religione. Da piccolo sono stato mandato in chiesa, a Messa, a fare catechismo. Ero anche bravo a credere, devo dire. Seguivo ciò che diceva il parroco, ero mosso nel profondo dai riti e dalla loro importanza. Poi ho cominciato a farmi delle domande, grazie alla fase di ribbbbbellione adolescenziale e al fatto che in famiglia non eravamo proprio cattolicissimissimi, e sono ovviamente passato da un estremo all’altro, non conoscendo la nozione di “misura”. E adesso? Finita la spinta degli ormoni e della trasgressività compulsiva?

Adesso rifletto. Ho riflettuto. Tanto. E sono giunto a una conclusione. La religione è stata utile, sottolineando il tempo passato, e ora dovrebbe sparire. Mi spiego.

Ai tempi dei tempi, l’uomo era una bestia. Cioè, anche adesso, ma non è questo il punto. All’epoca in cui ci si cominciava a muovere, si era proprio agli inizi. E agli inizi non è che proprio si abbia idea di cosa fare, guarda anche adesso a mettere mia madre davanti a un computer cosa succede, povera donna. È fisiologico, naturale che non si sappia cosa fare. Dopo un poco, qualcuno che avesse bene o male capito cosa fare ci doveva bene essere però. Che la carne sì è buona ma è un casino trovarla e quindi bisogna mangiarne poca, che magari dopo il seicentesimo bimbo nato con la coda di maiale magari è ora di smetterla di trombarsi le sorelle, che se mangi e bevi nel deserto è più facile morire, che visto che abbiamo sostanzialmente lo stesso posto nella catena alimentare del dugongo conviene essere amici tra noi e collaborare. E come fare a farlo capire però, alle bestie, che non bisogna mangiare tutta la carne appena arriva? Usando la religione. Dicendo che se sgarri arriva Dio/Zeus/Yawheh/Chtuhlu e ti prende a ceffoni. Che alla fine funziona come “Lo dico a mamma!” ma su scala più grande. Ed è geniale se ci si pensa, semplice ed efficace. Quindi bene, ai tempi dei tempi sono riuscite ad evolversi regole morali che ci hanno portato dal vivere nelle caverne ad essere i dominatori del mondo. Dall’aver paura del fuoco a usarlo per bruciare le streghe.

Aspetta. Che è successo?

È successa una cosa altrettanto semplice ed efficace. Che qualcuno a un certo punto ha pensato “Ma scusa, se questa cosa si può fare per il bene dell’umanità, funzionerebbe anche se lo facessi per il bene mio”. Anche qui, semplice ed efficace. Un po’ da stronzi, certo, ma una buona percentuale di stronzi è parte della storia del mondo, puoi mica farci niente. E allora via, religioni diverse, interpretazioni diverse della stessa religione, spinoff delle religioni (ricordiamo che il cristianesimo è uno spinoff dell’ebraismo), sette, settine e settucce. La religione, come tutto, è diventata un’arma, un mezzo. Ed era inevitabile, è nella natura dell’uomo stronzo usare tutto quello che si può per riuscire nel proprio intento. Ma va bene. Erano ancora altri tempi, dai, diciamo dall’invenzione della scrittura al basso Medioevo. Tutto era fluido, la violenza era ancora in auge (quando è che smetterà di esserlo?), si cercava ancora di capire cosa si dovesse fare. Non si sapeva ancora niente del mondo e dell’umanità, ma si cominciava a intuire qualcosa. Capibile. Non condivisibile ma capibile.

Ora.

Siamo ai giorni nostri.

L’epoca d’oro dell’umanità.

Il progresso tecnologico è stato enorme. Siamo passati dal credere che la Terra sia piatta a sparare gente nello spazio per vedere sempre più in là. La religione adesso è una reliquia, un effetto placebo, per non cedere al pessimismo. È diventata sempre più metafisica, grazie alla filosofia e all’evoluzione del pensiero e della scienza. E così è più che accettabile.

E invece no.

Siamo rimasti a prima del medioevo, cazzo, e qualche stronzo continua a usare la religione come scusa. Che sia Scientology, che sia per muovere guerra alla gente (sto guardando te, islamico estremista), che sia per puro e semplice rifiuto di smuoversi dalla sua visione confortante del mondo (cristiani fondamentalisti anyone?). Dovrebbe essere facile capirlo. Che ormai siamo grandi. Che non possiamo pensare sempre ci sia la mamma cosmica che ci para le chiappe.

“Me l’ha detto Dio/Allah/Odino/Seldon di farlo.” Ma cosa. Ma dove. Fammi vedere. Voglio la dichiarazione, scritta, firmata. “Eh ma non hai fede, non puoi capire.” No. Non ho fede in un qualcuno che ti dice di uccidere gente. La religione per me è nata come strumento per l’evoluzione della razza umana. Una truffa intelligentissima per sopravvivere. Il fuoco era un dio perché se si spegneva morivi. I sacrifici funzionavano perché la gente ci credeva e quindi facevano le cose meglio. Fine. Se esiste un dio, o esistono degli dei, probabilmente se ne fregano di noi. Non possiamo conoscere la grandezza di Dio perché è troppo infinita? Perfetto. Allora è inutile cercarla. Fai qualcosa di costruttivo. Invece di passare tutta la vita a cercare di avvicinarti a qualcosa che sai di non poter trovare, fai qualcosa di concreto. Dai.

La religione ha servito il suo scopo. È stata utilissima, ha permesso una crescita immensa, da bestie a filosofi. Ma è un relitto del passato. Uno strumento usato, ora sorpassato, che viene usato per il contrario di quello per cui è stato concepito. A cui siamo ancorati, nella speranza che niente cambi, perché alla fine è sempre quello il problema, la paura di cambiare. Abbiamo ancora bisogno di un’ancora fissa. La scienza potrebbe essere quest’ancora, ma ha un grosso problema. Non è fissa. La scienza può cambiare. Che è una cosa bellissima, questa fluidità, il fatto che si adatti a nuove scoperte. Ma psicologicamente è terribile, devastante, il contrario della sicurezza che dava la religione. La scienza è “è molto probabile che funzioni così, ci dovremo lavorare un po’ ma alla fine lo sapremo”, la religione è “è così e basta. Ora fai questi riti che ti impegnano per un po’ e ti sentirai meglio.” La scienza ora è quella che tiene vive le persone. Ora sappiamo perché non bisogna avere rapporti tra consanguinei, perché se bevi e mangi nel deserto poi è facile che muori, perché la carne va mangiata poco sennò ti viene il cancro. La religione, spogliata di questo ruolo, ora ha solo quello di mantenere coesa la comunità attraverso credenze e riti. Il problema è che una volta le comunità erano piccole. Non entravano troppo in contatto tra loro. Ora lo sono costantemente. E cosa succedeva una volta quando due comunità con credo diverso si vedevano?

Esatto. Guerra. La religione, da colla della comunità, col crescere della stessa ne è diventata il solvente.

Fine dello sfogo. Per pura informazione, oltre ai fatti di Parigi, altre cose che mi hanno fatto riflettere su questo tema sono state la trilogia della Fondazione di Asimov, il primo libro nello specifico, e il libro sulla storia dell’ebraismo chiamato… Ebraismo.

Perché giudico gli animalisti

Ho sempre cercato di essere una persona comprensiva verso tutti. Ogni volta che qualcosa non mi va a genio, mi metto sempre nei panni degli altri, penso a cosa possono stare pensando e rispetto la loro opinione.

Tranne che con gli animalisti (e in ambito musicale, ma lì è puro bigottismo da parte mia.)

Alla luce di questa notizia, il mio disprezzo per questa categoria di persone sale sempre di più. Nonostante i miei studi umanistici e la mia poca comprensione di tutto ciò che riguarda le scienze, ho sempre rispettato dottori, fisici, ingegneri, insomma gente che ha studiato, che sa le cose che stanno alla base del mondo, che si impegna per far sì che la nostra specie progredisca.

Poi arrivano ‘sti imbecilli e pongono la bocca della verità come prova inconfutabile del fatto che la sperimentazione animale sia sbagliata.

Mapporcochididovere. Siete la feccia del mondo. Siete la cacca che si annida tra le pieghe del carrarmato degli anfibi. Siete il pezzo di insalata nei denti che non vuole venir  via. Siete la cosa peggiore del mondo.

Tu, tu che hai un camice, tu che ti chiami “scienziata”, non puoi, cazzo, non puoi porre a fondamento di una tua teoria una statua che si dice tagli la mano di chi non dica la verità. Ti rendi conto di quanto suoni come una stronzata? Ti rendi conto di quanto tu e tutti quelli che ti seguono sembriate degli imbecilli? Sei una scienziata. Lo dice il nome che dovresti sapere almeno cosa sia il metodo scientifico. Dio.

E non è la prima volta che incappo in “rivelazioni” del genere. Il problema è che ogni volta, ogni santissima volta che un animalista arriva con la scoperta che rivoluzionerà il mondo, che aprirà le porte a un’era di pace e prosperità, questa scoperta si rivela essere una cagata abissale. Tutte. Le sante. Volte.

E allora tu, che ti batti in nome degli agnellini. Tu, che ti auguri che la tua stessa specie si estingua. Tu, che decidi di boicottare anni e anni di ricerca in nome di un centinaio di topi.

Stai zitto. Stai. Zitto. Non offendere l’intelligenza mia e di altri milioni di persone con le tue vaccate da quattro soldi.

E già che ci sei, vedi di andartene affan-

Storia di una connessione e delle Madonne che fece volare

Per quelli a cui non piaccia leggere tanto, l’ultima frase è un riassunto abbastanza esaustivo.

Sono studente fuori sede di Lingue a Torino. Al secondo anno del mio corso di studi io e i miei coinquilini abbiamo deciso di smetterla di capitalizzare sulla chiavetta internet del genitore di uno di questi e di sottoscrivere un contratto con una nota azienda di telecomunicazioni, per poter usufruire di una connessione stabile e condivisa.

Mai avessimo osato un così ardito pensiero.

Ai primi di ottobre del 2013 ci recammo al negozio per redigere il contratto, operazione che richiese effettivamente poco tempo una volta raccolti i dati necessari. Ci venne detto che saremmo stati contattati entro due settimane per l’attivazione del servizio, cosa che accadde puntualmente. Prendemmo quindi appuntamento per i primi di novembre con i tecnici per controllare i lavori necessari.

E qui finì la parte rilassante.

Vennero i tecnici. Due persone molto gioviali, pronte a scherzare con noi gggiovani, e a fare due battute. Si misero quindi al lavoro, e con un’indole che mi ricordava fin troppo la nostra natia terra ligure, ci dissero che nel nostro appartamentino (in mansarda) mancavano i cavi della linea telefonica e che il lavoro per tirarli su sarebbe stato lungo. Alla nostra reazione (quantificabile in un “e a noi che ce frega?), ci dissero anche che i cavi andavano messi all’esterno dei muri, cosa che li aveva già portati ad avere problemi con le amministrazioni condominiali dove già avevano operato. Bastava, però, che ci procurassimo – a scelta – le firme della palazzina o dell’amministratore di condominio e la cosa sarebbe loro andata bene. Nonostante la palese cazzata, ci adeguammo alle loro richieste.

In quel momento, la chiavetta internet venne restituita ai legittimi proprietari, sulle note della frase “tanto tra poco avremo internet, giusto?”

Decidemmo che la via più breve sarebbe stata quella con meno firme da prelevare, e cercammo di contattare l’amministratore di condominio. Purtroppo, nell’androne del palazzo non vi era il suo numero, e optammo per chiederlo allo studio che amministra il nostro appartamento, che lavora dalle 10:38 alle 10:42 dei lunedì bisestili di luna calante. Ci volle una settimana per contattarlo. Una. Settimana. La conversazione andò come segue, vista dalla nostra prospettiva (per la privacy del mio coinquilino, lo chiameremo Al):

Al: “Pronto! Salve! (espressione di gioia estrema mista a quella di chi abbia avuto un’apparizione divina) Avremmo bisogno del numero dell’amministratore di condominio perché [glissiamo sulle chiacchiere da studente di giurisprudenza che riesce a infilare sempre e ovunque]”

Studio: “[…]”

Al: “…ah, sì…va bene…”

Noi: “CHETTIHADDETTO?!”

Al: “Ha…ha detto di dargli il…il numero di cellulare e che…che mi avrebbe richiamato…”

Noi: “NNOOOOOOOOOOOOOOOOO!”

Miracolosamente, dopo solo SETTE ORE riuscirono a trovare il numero e a consegnarlo al prode Al. Che chiamò l’amministratore di condominio.

Al: “Pronto, salve, siamo gli inquilini di […] e avremmo bisogno dei permessi per tirare su i cavi del telefono, visto che volevamo [eccetera, eccetera. Non appesantiamo la storia, che è ancora lunga.]”

Amministratore: “EHMANONSOBISOGNAVEDEREDOBBIAMOINCONTRARCICONL’AZIENDANONSO”

Al (e devo ammettere che ho amato le sue chiacchiere da giurista): “Ma vede, per supercazzolare apedalmente tre volte la sporta traversa si può semplicemente far rotolare la carta verso […] e quindi basta che voi ci facciate pervenire il permesso e andrà bene!”

Amministratore: “…ok, d’accordo, le arriverà via mail.”

DUE SETTIMANE. Due. Settimane. Ad aspettare il permesso. Per chi stia tenendo i conti, siamo verso la fine di novembre. Arrivato il permesso, abbiamo chiamato l’azienda dei tecnici per prendere un appuntamento e chiedere se andasse bene.

Nella prima settimana di dicembre arrivò una figura ammantata di leggenda, un mostro mitologico, a metà tra il minotauro e l’impiegato furbo delle poste: un tecnico che lavorava. Entrò in casa, guardò la situazione, disse

“Bel lavoro del cazzo.”

Andò al piano terra e tirò su i cavi fino al nostro quinto (e ultimo) piano. Eravamo estasiati. Avevamo la linea telefonica, ora mancava solo il modem e tutto sarebbe stato a posto.

Poveri stolti.

Il modem partì il 10 di dicembre da Milano. L’11 dicembre cominciarono le proteste dei Forconi, sciopero nazionale di qualsiasi cosa che bloccò mezza Italia. Ci mettemmo l’anima in pace, e ci preparammo ad aspettare la settimana seguente per avere, finalmente, internet!

Aggiungo qua che sono mediamente (tanto) nerd e gioco a League of Legends. La mancanza di internet per me equivale alla mancanza di nicotina. Eravamo ormai a più di un mese nel quale potevo connettermi solo nei fine settimana. I miei saluti erano ormai diventati “cazzovvuoi?”

Aspettammo il pacco. Ogni giorno. Io, dato che tanto non vado a lezione perché mi credo più furbo degli altri, stavo in casa tutto il giorno per evitare di mancare il corriere. Dopo 3-4 giorni nei quali non ricevemmo niente, chiamammo la ditta che avrebbe dovuto consegnarci il modem. Scoprimmo che avevano l’indirizzo sbagliato, quindi diedi loro quello giusto, il nome a cui citofonare e il mio numero di cellulare, raccomandandomi caramente di chiamare per ogni evenienza, e mi rassicurarono che il giorno dopo avremmo ricevuto l’agognata preda.

Il giorno dopo non ricevemmo un cazzo.

Richiamai. Feci di nuovo presente il problema, diedi di nuovo tutte le informazioni utili alla buona uscita dell’impresa e pregai.

Il giorno ancora dopo non ricevemmo un cazzo di niente.

Richiamai e, stavolta, scoprii una cosa simpaticissima: non potevo più parlare con nessuno che non fosse Vittoria, la voce preregistrata che mi diceva che il pacco sarebbe stato consegnato “secondo accordi presi col destinatario”.

Non ricevemmo più niente e arrivarono le vacanze di Natale. In un turbine di decorazioni, buoni sentimenti ipocriti, apatia e altre amenità, mi disinteressai del tutto della situazione (complice l’avere una connessione per più di due giorni consecutivi e poter finalmente tornare sulla Summoner’s Rift), quindi saltiamo alla fine delle vacanze.

Sei dicembre. Salgo in quel di Torino per prendere i libri dell’esame della settimana seguente (e per votarmi alla Gran Madre per riuscire a passarlo, cosa che avvenne), e nel mentre grazie al sito della ditta di trasporti e al cellulare nuovo ultrafigoso scopro il sistema di tracking del pacco, che mi dice che “la consegna è prevista in data odierna”, come da circa due settimane a questa parte. Ecco come si consumò la giornata del 7 dicembre:

  • Sveglia, colazione, controllo del tracking del pacco – nulla di nuovo all’orizzonte
  • Uscita di casa alle ore 9:40 circa, passaggio in biblioteca, libreria, copisteria. Alle ore 11:00 rientro in casa e controllo del tracking del pacco – niente di nuovo all’orizzonte
  • Studio matto e disperatissimo interrotto solo dal trittico futurama-simpson-dragonballz e da un controllo ossessivo del tracking del pacco – nulla di nuovo all’orizzonte.
  • Ore 16:50 circa, uscita di casa per riconsegna di un libro in biblioteca e altro giro di librerie. Rientro in casa alle ore 17:15 circa e controllo del tracking del pacco – “il destinatario risulta assenteCOSA?!
  • Bestemmie plurime

Nello sconforto più totale, il sito della ditta mi propose due scelte oltre alla mia, personalissima, di dare fuoco a tutto e tutti: andare a prendere il pacco in una loro sede o dare di nuovo indirizzo, nome, numero di cellulare e farsi portare il pacco tra le 14 e le 18. Una combinazione di bisogno di studio e culo pesante mi fecero propendere per la seconda opzione.

Ovviamente, non arrivò niente. E la sera, al solito controllo del tracking del pacco, venne fuori la scritta “la consegna verrà effettuata al più presto”. Al più presto. AL PIÙ PRESTO DI COSA? Dopo un mese?! La mia pazienza, scomparsa ormai da più di due settimane, mi chiamò dalla Florida per dirmi che restava sempre la soluzione del ritiro in filiale. Fatte le dovute pratiche via internet, andai a letto pregando in un miracolo.

Nostro Signore è sempre occupato per queste cose, a quanto pare.

Entrato nel negozio, chiesi al signore dalla faccia gentile al banco spiegazioni.

Io: “Salve, io sto aspettando un pacco ma non è ancora arrivato…”

Lui: “Da quanto?”

Io: “Eh, un mese oggi.”

“Mh, è un po’ tanto.”

Io (internamente): “Davvero? Ma non me n’ero accorto! Io pensavo che la sua azienda usasse il calendario di Rigel 7!”

Io (esternamente): “Eh già. Le do il numero di fattura, nome, indirizzo…”

“Bene, il pacco è salito sul furgone alle 8 e mezza, saranno partiti per le 9 quindi dovrebbero starlo consegnando adesso.”

Io (internamente): “MAPPORCADIQUELLATR-“

Io (esternamente): “Ah beh, spero di tornare a casa in tempo allora. Il fatto è che ieri su internet avevo detto di mandarlo qua in filiale…”

Lui: “Eh, vorrà dire che non l’hanno neanche visto.”

Io (internamente): “Potrei ucciderti con la metà degli oggetti di questa stanza e usare l’altra metà per occultare il tuo cadavere.”

Lui: “Eh, avrebbe fatto meglio a farlo arrivare qua e venirlo a prendere, lo avrebbe ricevuto in un giorno.”

(Il mio Io interno al momento era impegnato in riti vudù e sproloqui che avrebbero fatto arrossire uno Sgarbi dei tempi migliori)

Lui: “Comunque in caso non arrivasse, passi qua verso le 3, 3 e mezza.”

Va detto che avevo in mente di prendere il treno alle 4 e mezza per tornare a casa a un’ora decente per, che so, fare la mia vita, ma la presa di quest’azienda mi teneva suo ostaggio.

Tornai ovviamente alle 3 e mezza dato che non era arrivato il pacco e il signore, dopo solo 5 telefonate, scoprì il corriere al quale era affidato il pacco (per pura curiosità, mentre parlava coi colleghi ha menzionato che uno di quelli che lavoravano nei quartieri nei pressi di casa mia era stato picchiato selvaggiamente. Giuro, non sono stato io) che, ovviamente, “stava consegnando il pacco in quel momento”. Gli chiesi se fosse possibile consegnarlo più tardi, così che un coinquilino potesse riuscire ad essere in casa, e mi accordarono questa grazia.

La sera, mentre stavo tornando in treno a casa, arrivò il pacco. Era finalmente finita. La presa che era stata sulla mia vita per più di due mesi era stata sollevata.

Andateveneaffanculo, corrieridimmerda.

L’Inizio

Bene. L’Inizio. La parte più difficile di tutto. Come si comincia una cosa? Non è facile come sembra. Cosa si vuole fare? Come si deve fare? Cosa gli altri vogliono che venga fatto? La risposta a tutto è “boh”. Non si sa. Perché è l’Inizio. Ah, la freschezza della parola “Inizio”. Con quella Z sbarazzina in mezzo alle due I.

Questo blog lo apro perché potrò sfogarmi un po’. Come le ragazzine isteriche dei telefilm americani. Sarà un diario personale, che nessuno leggerà sperabilmente. Nascosto in piena vista, son troppo furbo.

Iniziare. Mi fa strano iniziare, ho sempre odiato iniziare. Perché quando inizi a fare qualcosa, vuol dire che non la sai fare. E se non la sai fare sei ridicolo, e se sei ridicolo la gente ti ride dietro e via via che al mercato mio padre comprò. Per questo non ho mai imparato a sciare. Per questo e per il rispetto che ho per la vita di coloro che su una pista da sci non si aspettano una massa da 75 chili che ai 30 all’ora entri loro nelle ginocchia. Che mi hanno detto non faccia bene. Ma questa cosa potrei saperla fare. Alla fine si tratta di scrivere e pensare, faccio le due cose da un sacco di tempo. Spesso non insieme, lo ammetto, ma non si può avere tutto dalla vita.

Direi che in questo blog parlerò di cosa mi succede nella vita, ma visto che non vivo in un film/fumetto/videogioco e che le storie sono molto più interessanti lì, credo che li commenterò. E visto che sono un poco nerd, ne commenterò un sacco.

Bene, a fine dell’Inizio. Già mi piace.