La presa

Non mi succedeva da tempo, di essere preso da un’opera. Mi è successo ora due volte in due giorni, prima con una serie tv (Mozart in the jungle) e poi con un libro (Fahrenheit 451), per motivi diversi.

Essere presi, davvero presi, è una cosa magnifica. La maggior parte delle cose che ho letto, visto o giocato negli ultimi anni non erano così. Erano modi di passare il tempo, belli certo, fatti bene, ma non mi ci ero connesso così profondamente. Non sono più i tempi nei quali passavo pomeriggi a leggere Hemingway o ore a giocare ai pokémon. Ora quando guardo qualcosa, gioco, leggo, è per distrarmi, spesso faccio due delle tre cose assieme (grazie Blizzard per aver messo hearthstone su tablet), non mi appassionavo più di tanto. Nella mia infanzia ho letto TANTO e giocato TANTO, quindi da qualche anno a questa parte non trovavo più cose che mi stupissero o catturassero. Perfino la Trilogia della Fondazione di Asimov, che ho finito di leggere qualche settimana fa, per quanto fosse bellissima e uno dei libri caposaldo di qualsiasi cosa fosse stato scritto dopo il 1960, non mi aveva preso. La leggevo perché era bella, nelle pause tra le lezioni, ogni tanto in casa, ma non si legava a me così strettamente, sapeva di già visto, era prevedibile (una prevedibilità dettata dall’uso spropositato che è stato fatto dei canoni e delle idee usate nella trilogia da parte di ogni singolo scrittore/regista/programmatore degli ultimi 70 anni, certo, ma comunque una prevedibilità che in parte mi ha tolto un po’ del piacere della scoperta che c’è nel leggere). Per le serie tv avevo bisogno di almeno tre o quattro episodi per essere preso, anche un’intera stagione. Non c’era niente che mi colpiva subito, c’erano certo cose che mi intrigavano (Fargo, sto guardando te, insieme a Parks and Recreation) ma avevano bisogno di tempo per sviluppare una presa.

E invece.

E invece cazzo, questo libro e questa serie sono una bomba per me.

Finita la prima puntata di Mozart in the jungle, sono rimasto stordito. E ne volevo ancora. Mi sono mangiato altre due puntate, poi il treno è arrivato in stazione e blablabla vari, ma oggi credo finirò la serie. Anzi, sicuramente finirò la serie. Anche mentre scrivo qua, sto solo aspettando di aprire vlc e rituffarmi nel mondo di note e cazzate che è Mozart in the jungle. Perché parla di quello, note e cazzate, un binomio perfetto per me. Una colonna sonora così e una storia così… “vicina” alla mia età non poteva che catturarmi, senza resistenza alcuna.

E Fahrenheit 451? Guardate, vi cito l’incipit.

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla stolida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. egli camminava dentro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un’altea su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.

Cioè. Cos’è sta roba? Da dove è uscito? È genio allo stato puro, una poesia più poetica della poesia, un incantesimo di inchiostro. È bastato questo per farmi innamorare del libro. Non avevo mai letto niente scritto così. Così onirico, così brutalmente gretto. La descrizione della barbarie elevata al sublime. So già che questo librò lo divorerò in pochissimo tempo, tempo che dividerà con Mozart in the jungle.

Ecco, per due motivi diversi sono tornato bambino. Quando ancora i mondi scritti non erano stati visitati, quando muovevo i primi passi su Arda, quando i Terran erano sotto attacco e ommioddio cosa sarebbe successo. Quando, insomma, il mio zainetto era ancora vuoto, lo zainetto che col tempo, viaggiando attraverso mondi diversi si è trasformato in una rimorchio pieno di invenzioni, trucchi stilistici, personaggi e trame. Un rimorchio che mi toglie molte volte il piacere della scoperta, in un semplice “ah sarà come in libro X” che dissipa la magia della narrazione.

Una serie tv che si legasse alla musica mi mancava. Era dai tempi di Beck che non ne guardavo una. E come Beck, chissà cosa mi lascerà questa volta.

E un libro che mi prendesse non per la storia ma per la scrittura, non ricordo neanche esistesse. Forse Il Vecchio e il mare, forse, ma non ne sono neanche troppo sicuro.

In sostanza, oggi sono un po’ più felice. Di aver ritrovato quella scintilla che avevo perso da tempo nel mio rimorchio, tra il bailamme di cose accumulate. E di aver scoperto di potermi ancora stupire, e che ci sono ancora tante cose che ancora il mondo ha da darmi. Chissà.

Argomenti spinosi: la religione

Ok, l’attentato a Charlie Hebdo ha scosso un po’ tutti. Personalmente, da quando è successo mi sono messo a riflettere su un argomento che già mi aveva dato da pensare, che essendo nel titolo credo sia facile da indovinare.

Tolgo la polvere da questo blog per sfogarmi e scrivere, che non lo faccio da… un annetto quasi, giusto giusto. Sarà la sessione d’esami che avanza ogni volta.

Allora. Per prima cosa, devo dire che non sono sempre stato uno che non sopporta la religione. Da piccolo sono stato mandato in chiesa, a Messa, a fare catechismo. Ero anche bravo a credere, devo dire. Seguivo ciò che diceva il parroco, ero mosso nel profondo dai riti e dalla loro importanza. Poi ho cominciato a farmi delle domande, grazie alla fase di ribbbbbellione adolescenziale e al fatto che in famiglia non eravamo proprio cattolicissimissimi, e sono ovviamente passato da un estremo all’altro, non conoscendo la nozione di “misura”. E adesso? Finita la spinta degli ormoni e della trasgressività compulsiva?

Adesso rifletto. Ho riflettuto. Tanto. E sono giunto a una conclusione. La religione è stata utile, sottolineando il tempo passato, e ora dovrebbe sparire. Mi spiego.

Ai tempi dei tempi, l’uomo era una bestia. Cioè, anche adesso, ma non è questo il punto. All’epoca in cui ci si cominciava a muovere, si era proprio agli inizi. E agli inizi non è che proprio si abbia idea di cosa fare, guarda anche adesso a mettere mia madre davanti a un computer cosa succede, povera donna. È fisiologico, naturale che non si sappia cosa fare. Dopo un poco, qualcuno che avesse bene o male capito cosa fare ci doveva bene essere però. Che la carne sì è buona ma è un casino trovarla e quindi bisogna mangiarne poca, che magari dopo il seicentesimo bimbo nato con la coda di maiale magari è ora di smetterla di trombarsi le sorelle, che se mangi e bevi nel deserto è più facile morire, che visto che abbiamo sostanzialmente lo stesso posto nella catena alimentare del dugongo conviene essere amici tra noi e collaborare. E come fare a farlo capire però, alle bestie, che non bisogna mangiare tutta la carne appena arriva? Usando la religione. Dicendo che se sgarri arriva Dio/Zeus/Yawheh/Chtuhlu e ti prende a ceffoni. Che alla fine funziona come “Lo dico a mamma!” ma su scala più grande. Ed è geniale se ci si pensa, semplice ed efficace. Quindi bene, ai tempi dei tempi sono riuscite ad evolversi regole morali che ci hanno portato dal vivere nelle caverne ad essere i dominatori del mondo. Dall’aver paura del fuoco a usarlo per bruciare le streghe.

Aspetta. Che è successo?

È successa una cosa altrettanto semplice ed efficace. Che qualcuno a un certo punto ha pensato “Ma scusa, se questa cosa si può fare per il bene dell’umanità, funzionerebbe anche se lo facessi per il bene mio”. Anche qui, semplice ed efficace. Un po’ da stronzi, certo, ma una buona percentuale di stronzi è parte della storia del mondo, puoi mica farci niente. E allora via, religioni diverse, interpretazioni diverse della stessa religione, spinoff delle religioni (ricordiamo che il cristianesimo è uno spinoff dell’ebraismo), sette, settine e settucce. La religione, come tutto, è diventata un’arma, un mezzo. Ed era inevitabile, è nella natura dell’uomo stronzo usare tutto quello che si può per riuscire nel proprio intento. Ma va bene. Erano ancora altri tempi, dai, diciamo dall’invenzione della scrittura al basso Medioevo. Tutto era fluido, la violenza era ancora in auge (quando è che smetterà di esserlo?), si cercava ancora di capire cosa si dovesse fare. Non si sapeva ancora niente del mondo e dell’umanità, ma si cominciava a intuire qualcosa. Capibile. Non condivisibile ma capibile.

Ora.

Siamo ai giorni nostri.

L’epoca d’oro dell’umanità.

Il progresso tecnologico è stato enorme. Siamo passati dal credere che la Terra sia piatta a sparare gente nello spazio per vedere sempre più in là. La religione adesso è una reliquia, un effetto placebo, per non cedere al pessimismo. È diventata sempre più metafisica, grazie alla filosofia e all’evoluzione del pensiero e della scienza. E così è più che accettabile.

E invece no.

Siamo rimasti a prima del medioevo, cazzo, e qualche stronzo continua a usare la religione come scusa. Che sia Scientology, che sia per muovere guerra alla gente (sto guardando te, islamico estremista), che sia per puro e semplice rifiuto di smuoversi dalla sua visione confortante del mondo (cristiani fondamentalisti anyone?). Dovrebbe essere facile capirlo. Che ormai siamo grandi. Che non possiamo pensare sempre ci sia la mamma cosmica che ci para le chiappe.

“Me l’ha detto Dio/Allah/Odino/Seldon di farlo.” Ma cosa. Ma dove. Fammi vedere. Voglio la dichiarazione, scritta, firmata. “Eh ma non hai fede, non puoi capire.” No. Non ho fede in un qualcuno che ti dice di uccidere gente. La religione per me è nata come strumento per l’evoluzione della razza umana. Una truffa intelligentissima per sopravvivere. Il fuoco era un dio perché se si spegneva morivi. I sacrifici funzionavano perché la gente ci credeva e quindi facevano le cose meglio. Fine. Se esiste un dio, o esistono degli dei, probabilmente se ne fregano di noi. Non possiamo conoscere la grandezza di Dio perché è troppo infinita? Perfetto. Allora è inutile cercarla. Fai qualcosa di costruttivo. Invece di passare tutta la vita a cercare di avvicinarti a qualcosa che sai di non poter trovare, fai qualcosa di concreto. Dai.

La religione ha servito il suo scopo. È stata utilissima, ha permesso una crescita immensa, da bestie a filosofi. Ma è un relitto del passato. Uno strumento usato, ora sorpassato, che viene usato per il contrario di quello per cui è stato concepito. A cui siamo ancorati, nella speranza che niente cambi, perché alla fine è sempre quello il problema, la paura di cambiare. Abbiamo ancora bisogno di un’ancora fissa. La scienza potrebbe essere quest’ancora, ma ha un grosso problema. Non è fissa. La scienza può cambiare. Che è una cosa bellissima, questa fluidità, il fatto che si adatti a nuove scoperte. Ma psicologicamente è terribile, devastante, il contrario della sicurezza che dava la religione. La scienza è “è molto probabile che funzioni così, ci dovremo lavorare un po’ ma alla fine lo sapremo”, la religione è “è così e basta. Ora fai questi riti che ti impegnano per un po’ e ti sentirai meglio.” La scienza ora è quella che tiene vive le persone. Ora sappiamo perché non bisogna avere rapporti tra consanguinei, perché se bevi e mangi nel deserto poi è facile che muori, perché la carne va mangiata poco sennò ti viene il cancro. La religione, spogliata di questo ruolo, ora ha solo quello di mantenere coesa la comunità attraverso credenze e riti. Il problema è che una volta le comunità erano piccole. Non entravano troppo in contatto tra loro. Ora lo sono costantemente. E cosa succedeva una volta quando due comunità con credo diverso si vedevano?

Esatto. Guerra. La religione, da colla della comunità, col crescere della stessa ne è diventata il solvente.

Fine dello sfogo. Per pura informazione, oltre ai fatti di Parigi, altre cose che mi hanno fatto riflettere su questo tema sono state la trilogia della Fondazione di Asimov, il primo libro nello specifico, e il libro sulla storia dell’ebraismo chiamato… Ebraismo.

Perché giudico gli animalisti

Ho sempre cercato di essere una persona comprensiva verso tutti. Ogni volta che qualcosa non mi va a genio, mi metto sempre nei panni degli altri, penso a cosa possono stare pensando e rispetto la loro opinione.

Tranne che con gli animalisti (e in ambito musicale, ma lì è puro bigottismo da parte mia.)

Alla luce di questa notizia, il mio disprezzo per questa categoria di persone sale sempre di più. Nonostante i miei studi umanistici e la mia poca comprensione di tutto ciò che riguarda le scienze, ho sempre rispettato dottori, fisici, ingegneri, insomma gente che ha studiato, che sa le cose che stanno alla base del mondo, che si impegna per far sì che la nostra specie progredisca.

Poi arrivano ‘sti imbecilli e pongono la bocca della verità come prova inconfutabile del fatto che la sperimentazione animale sia sbagliata.

Mapporcochididovere. Siete la feccia del mondo. Siete la cacca che si annida tra le pieghe del carrarmato degli anfibi. Siete il pezzo di insalata nei denti che non vuole venir  via. Siete la cosa peggiore del mondo.

Tu, tu che hai un camice, tu che ti chiami “scienziata”, non puoi, cazzo, non puoi porre a fondamento di una tua teoria una statua che si dice tagli la mano di chi non dica la verità. Ti rendi conto di quanto suoni come una stronzata? Ti rendi conto di quanto tu e tutti quelli che ti seguono sembriate degli imbecilli? Sei una scienziata. Lo dice il nome che dovresti sapere almeno cosa sia il metodo scientifico. Dio.

E non è la prima volta che incappo in “rivelazioni” del genere. Il problema è che ogni volta, ogni santissima volta che un animalista arriva con la scoperta che rivoluzionerà il mondo, che aprirà le porte a un’era di pace e prosperità, questa scoperta si rivela essere una cagata abissale. Tutte. Le sante. Volte.

E allora tu, che ti batti in nome degli agnellini. Tu, che ti auguri che la tua stessa specie si estingua. Tu, che decidi di boicottare anni e anni di ricerca in nome di un centinaio di topi.

Stai zitto. Stai. Zitto. Non offendere l’intelligenza mia e di altri milioni di persone con le tue vaccate da quattro soldi.

E già che ci sei, vedi di andartene affan-

RecenSpoiler: Frozen (quello della Disney)

Credo inizierò un ciclo di recensioni altamente personali, per nulla oggettive e dettate da emozioni e scimmie varie che mi verranno mentre guardo l’oggetto dell’analisi. Via.

Dato che ieri sono stato male, rimasto nel letto sono finalmente riuscito a guardarmi Frozen, l’ultimo film uscito da mamma Disney. In lingua originale perché è più facile da scaricAHEM, perché mi hanno detto che cantavano molto e le traduzioni delle canzoni sono sempre orribili.  Avevo posticipato la sua visione perché sono ormai almeno tre film che la casa che ha riempito le nostre infanzie (e che adesso vuole conquistare l’universo,ma glielo perdoniamo) si incentra sulla ragazza che deve diventare forte e vincere il mondo che non la vuole e blablabla. Ho amato Rapunzel, non visto La Principessa e il Ranocchio e odiato Ribelle, quindi questo sarebbe stato il chicco di riso che avrebbe smosso il mio piatto della bilancia sull’operato dell’animazione Disney degli ultimi 5 anni (Toy Story 3 che mi ha fatto piangere come un pupo non conta).

Il piatto ormai è entrato nell’orbita bassa di Giove. Diamine, un gran bel film. Ammetto di essere di parte amando l’inverno ed avendo la tendenza ad isolarmi dalla gente, due cose che mi hanno fatto immedesimare in Elsa in una maniera che un maschio ventunenne non dovrebbe fare, ma la pellicola è davvero un capolavoro.

La parte che colpisce di più è quella artistica, sia musicale che visiva: tutti i cantanti sono di una bravura anormale (anche Kristen Bell aka Veronica Mars, che da la voce ad Anna ed è salita di almeno 2 posizioni nella mia classifica delle ragazze perfette), le canzoni come ci si aspetta da un film Disney ti toccano corde che non pensavi di avere e, perdio, ascoltate e ditemi se non vi pare un misto tra i Sonata Arctica e i Toto. Il tutto condito da scenari mozzafiato, presi paro paro dai paesaggi scandinavi e riprodotti con una maestria che con ogni film che passa mi lascia sempre di più a bocca aperta.

E poi niente, abbiamo i personaggi migliori che siano usciti da molti anni a questa parte: Elsa ovvero “io se avessi le tette e il potere di (non) controllare il ghiaccio”, Anna ovvero “i miei amici che pare muoiano se non sono attorno a qualcuno ma come cazzo fanno”, Kristoff “Han Solo” (ha il compagno che non si capisce cosa dice, ha il mezzo di trasporto, ha lo scazzo, ha pure il gilet, dai!), Olaf che è il comic relief più triste del mondo e per questo funziona…

E poi Hans.

Il cattivo più figlio di puttana di SEMPRE.

Qui mi ha quasi preso eh, il regista, ci ero quasi cascato. Sembrava proprio il ragazzo bravo, l’amore a prima vista della fanciulla, bello e adorkable in maniera perfetta, e appunto. Troppo perfetta. Un bastardo manipolatore sociopatico che non si fa scrupoli a sedurre una ragazza e, quando sta per morire, valuta bene i pro e i contro e poi le dice “mmmno, non mi servi più. Cissivede all’inferno, hasta la vista baby.” Magnifico. Poi che sia stupidissimo e che non la uccida e basta ma la lasci lì a morire va bene, a quell’epoca non c’era ancora il manuale del perfetto supercattivo (anche in versione originale per gli anglofoni), i suoi sbagli serviranno a chi in futuro riuscirà nell’impresa.

Insomma, un cattivo davvero cattivo, che quando Anna gli tira un destro che neanche Tyson ti senti bene dentro. Non come in Ribelle che non c’è il cattivoaffanculofilmdimmerda.

Ahem.

Però, ci sono i però. Che non impediscono di godersi il film, ma ti lasciano un po’ così.

Tipo l’alce che si comporta come un labrador come OGNI. SINGOLO. ANIMALE. DELLA. DISNEY. Dal topo di campagna al megalodon, tutti hanno subito un trapianto di cervello (o una lobotomia) e adesso scodinzolano e tengono la lingua fuori. Basta, per favore.

Poi il fattore musical, ma lì son gusti personali. Due o tre canzoni non mi infastidiscono, ma chi si metterebbe a cantare dal nulla in mezzo alla gente?

Ma sono piccolezze, cose che devo trovare per riuscire a lamentarmi, altrimenti non riesco a dormire bene la notte. Sommando i punti a favore e quelli a sfavore, il film vince a man bassa qualsiasi cosa potrebbe vincere. Grazie, Disney, per quello che continui a fare per noi.

Però occhio con l’Episodio 7, ti prego. Per favore. Non fate cagate, tutto il mondo vi sta guardando.

Se uscisse uno Star Wars musical credo potrei impiccarmi.

Storia di una connessione e delle Madonne che fece volare

Per quelli a cui non piaccia leggere tanto, l’ultima frase è un riassunto abbastanza esaustivo.

Sono studente fuori sede di Lingue a Torino. Al secondo anno del mio corso di studi io e i miei coinquilini abbiamo deciso di smetterla di capitalizzare sulla chiavetta internet del genitore di uno di questi e di sottoscrivere un contratto con una nota azienda di telecomunicazioni, per poter usufruire di una connessione stabile e condivisa.

Mai avessimo osato un così ardito pensiero.

Ai primi di ottobre del 2013 ci recammo al negozio per redigere il contratto, operazione che richiese effettivamente poco tempo una volta raccolti i dati necessari. Ci venne detto che saremmo stati contattati entro due settimane per l’attivazione del servizio, cosa che accadde puntualmente. Prendemmo quindi appuntamento per i primi di novembre con i tecnici per controllare i lavori necessari.

E qui finì la parte rilassante.

Vennero i tecnici. Due persone molto gioviali, pronte a scherzare con noi gggiovani, e a fare due battute. Si misero quindi al lavoro, e con un’indole che mi ricordava fin troppo la nostra natia terra ligure, ci dissero che nel nostro appartamentino (in mansarda) mancavano i cavi della linea telefonica e che il lavoro per tirarli su sarebbe stato lungo. Alla nostra reazione (quantificabile in un “e a noi che ce frega?), ci dissero anche che i cavi andavano messi all’esterno dei muri, cosa che li aveva già portati ad avere problemi con le amministrazioni condominiali dove già avevano operato. Bastava, però, che ci procurassimo – a scelta – le firme della palazzina o dell’amministratore di condominio e la cosa sarebbe loro andata bene. Nonostante la palese cazzata, ci adeguammo alle loro richieste.

In quel momento, la chiavetta internet venne restituita ai legittimi proprietari, sulle note della frase “tanto tra poco avremo internet, giusto?”

Decidemmo che la via più breve sarebbe stata quella con meno firme da prelevare, e cercammo di contattare l’amministratore di condominio. Purtroppo, nell’androne del palazzo non vi era il suo numero, e optammo per chiederlo allo studio che amministra il nostro appartamento, che lavora dalle 10:38 alle 10:42 dei lunedì bisestili di luna calante. Ci volle una settimana per contattarlo. Una. Settimana. La conversazione andò come segue, vista dalla nostra prospettiva (per la privacy del mio coinquilino, lo chiameremo Al):

Al: “Pronto! Salve! (espressione di gioia estrema mista a quella di chi abbia avuto un’apparizione divina) Avremmo bisogno del numero dell’amministratore di condominio perché [glissiamo sulle chiacchiere da studente di giurisprudenza che riesce a infilare sempre e ovunque]”

Studio: “[…]”

Al: “…ah, sì…va bene…”

Noi: “CHETTIHADDETTO?!”

Al: “Ha…ha detto di dargli il…il numero di cellulare e che…che mi avrebbe richiamato…”

Noi: “NNOOOOOOOOOOOOOOOOO!”

Miracolosamente, dopo solo SETTE ORE riuscirono a trovare il numero e a consegnarlo al prode Al. Che chiamò l’amministratore di condominio.

Al: “Pronto, salve, siamo gli inquilini di […] e avremmo bisogno dei permessi per tirare su i cavi del telefono, visto che volevamo [eccetera, eccetera. Non appesantiamo la storia, che è ancora lunga.]”

Amministratore: “EHMANONSOBISOGNAVEDEREDOBBIAMOINCONTRARCICONL’AZIENDANONSO”

Al (e devo ammettere che ho amato le sue chiacchiere da giurista): “Ma vede, per supercazzolare apedalmente tre volte la sporta traversa si può semplicemente far rotolare la carta verso […] e quindi basta che voi ci facciate pervenire il permesso e andrà bene!”

Amministratore: “…ok, d’accordo, le arriverà via mail.”

DUE SETTIMANE. Due. Settimane. Ad aspettare il permesso. Per chi stia tenendo i conti, siamo verso la fine di novembre. Arrivato il permesso, abbiamo chiamato l’azienda dei tecnici per prendere un appuntamento e chiedere se andasse bene.

Nella prima settimana di dicembre arrivò una figura ammantata di leggenda, un mostro mitologico, a metà tra il minotauro e l’impiegato furbo delle poste: un tecnico che lavorava. Entrò in casa, guardò la situazione, disse

“Bel lavoro del cazzo.”

Andò al piano terra e tirò su i cavi fino al nostro quinto (e ultimo) piano. Eravamo estasiati. Avevamo la linea telefonica, ora mancava solo il modem e tutto sarebbe stato a posto.

Poveri stolti.

Il modem partì il 10 di dicembre da Milano. L’11 dicembre cominciarono le proteste dei Forconi, sciopero nazionale di qualsiasi cosa che bloccò mezza Italia. Ci mettemmo l’anima in pace, e ci preparammo ad aspettare la settimana seguente per avere, finalmente, internet!

Aggiungo qua che sono mediamente (tanto) nerd e gioco a League of Legends. La mancanza di internet per me equivale alla mancanza di nicotina. Eravamo ormai a più di un mese nel quale potevo connettermi solo nei fine settimana. I miei saluti erano ormai diventati “cazzovvuoi?”

Aspettammo il pacco. Ogni giorno. Io, dato che tanto non vado a lezione perché mi credo più furbo degli altri, stavo in casa tutto il giorno per evitare di mancare il corriere. Dopo 3-4 giorni nei quali non ricevemmo niente, chiamammo la ditta che avrebbe dovuto consegnarci il modem. Scoprimmo che avevano l’indirizzo sbagliato, quindi diedi loro quello giusto, il nome a cui citofonare e il mio numero di cellulare, raccomandandomi caramente di chiamare per ogni evenienza, e mi rassicurarono che il giorno dopo avremmo ricevuto l’agognata preda.

Il giorno dopo non ricevemmo un cazzo.

Richiamai. Feci di nuovo presente il problema, diedi di nuovo tutte le informazioni utili alla buona uscita dell’impresa e pregai.

Il giorno ancora dopo non ricevemmo un cazzo di niente.

Richiamai e, stavolta, scoprii una cosa simpaticissima: non potevo più parlare con nessuno che non fosse Vittoria, la voce preregistrata che mi diceva che il pacco sarebbe stato consegnato “secondo accordi presi col destinatario”.

Non ricevemmo più niente e arrivarono le vacanze di Natale. In un turbine di decorazioni, buoni sentimenti ipocriti, apatia e altre amenità, mi disinteressai del tutto della situazione (complice l’avere una connessione per più di due giorni consecutivi e poter finalmente tornare sulla Summoner’s Rift), quindi saltiamo alla fine delle vacanze.

Sei dicembre. Salgo in quel di Torino per prendere i libri dell’esame della settimana seguente (e per votarmi alla Gran Madre per riuscire a passarlo, cosa che avvenne), e nel mentre grazie al sito della ditta di trasporti e al cellulare nuovo ultrafigoso scopro il sistema di tracking del pacco, che mi dice che “la consegna è prevista in data odierna”, come da circa due settimane a questa parte. Ecco come si consumò la giornata del 7 dicembre:

  • Sveglia, colazione, controllo del tracking del pacco – nulla di nuovo all’orizzonte
  • Uscita di casa alle ore 9:40 circa, passaggio in biblioteca, libreria, copisteria. Alle ore 11:00 rientro in casa e controllo del tracking del pacco – niente di nuovo all’orizzonte
  • Studio matto e disperatissimo interrotto solo dal trittico futurama-simpson-dragonballz e da un controllo ossessivo del tracking del pacco – nulla di nuovo all’orizzonte.
  • Ore 16:50 circa, uscita di casa per riconsegna di un libro in biblioteca e altro giro di librerie. Rientro in casa alle ore 17:15 circa e controllo del tracking del pacco – “il destinatario risulta assenteCOSA?!
  • Bestemmie plurime

Nello sconforto più totale, il sito della ditta mi propose due scelte oltre alla mia, personalissima, di dare fuoco a tutto e tutti: andare a prendere il pacco in una loro sede o dare di nuovo indirizzo, nome, numero di cellulare e farsi portare il pacco tra le 14 e le 18. Una combinazione di bisogno di studio e culo pesante mi fecero propendere per la seconda opzione.

Ovviamente, non arrivò niente. E la sera, al solito controllo del tracking del pacco, venne fuori la scritta “la consegna verrà effettuata al più presto”. Al più presto. AL PIÙ PRESTO DI COSA? Dopo un mese?! La mia pazienza, scomparsa ormai da più di due settimane, mi chiamò dalla Florida per dirmi che restava sempre la soluzione del ritiro in filiale. Fatte le dovute pratiche via internet, andai a letto pregando in un miracolo.

Nostro Signore è sempre occupato per queste cose, a quanto pare.

Entrato nel negozio, chiesi al signore dalla faccia gentile al banco spiegazioni.

Io: “Salve, io sto aspettando un pacco ma non è ancora arrivato…”

Lui: “Da quanto?”

Io: “Eh, un mese oggi.”

“Mh, è un po’ tanto.”

Io (internamente): “Davvero? Ma non me n’ero accorto! Io pensavo che la sua azienda usasse il calendario di Rigel 7!”

Io (esternamente): “Eh già. Le do il numero di fattura, nome, indirizzo…”

“Bene, il pacco è salito sul furgone alle 8 e mezza, saranno partiti per le 9 quindi dovrebbero starlo consegnando adesso.”

Io (internamente): “MAPPORCADIQUELLATR-“

Io (esternamente): “Ah beh, spero di tornare a casa in tempo allora. Il fatto è che ieri su internet avevo detto di mandarlo qua in filiale…”

Lui: “Eh, vorrà dire che non l’hanno neanche visto.”

Io (internamente): “Potrei ucciderti con la metà degli oggetti di questa stanza e usare l’altra metà per occultare il tuo cadavere.”

Lui: “Eh, avrebbe fatto meglio a farlo arrivare qua e venirlo a prendere, lo avrebbe ricevuto in un giorno.”

(Il mio Io interno al momento era impegnato in riti vudù e sproloqui che avrebbero fatto arrossire uno Sgarbi dei tempi migliori)

Lui: “Comunque in caso non arrivasse, passi qua verso le 3, 3 e mezza.”

Va detto che avevo in mente di prendere il treno alle 4 e mezza per tornare a casa a un’ora decente per, che so, fare la mia vita, ma la presa di quest’azienda mi teneva suo ostaggio.

Tornai ovviamente alle 3 e mezza dato che non era arrivato il pacco e il signore, dopo solo 5 telefonate, scoprì il corriere al quale era affidato il pacco (per pura curiosità, mentre parlava coi colleghi ha menzionato che uno di quelli che lavoravano nei quartieri nei pressi di casa mia era stato picchiato selvaggiamente. Giuro, non sono stato io) che, ovviamente, “stava consegnando il pacco in quel momento”. Gli chiesi se fosse possibile consegnarlo più tardi, così che un coinquilino potesse riuscire ad essere in casa, e mi accordarono questa grazia.

La sera, mentre stavo tornando in treno a casa, arrivò il pacco. Era finalmente finita. La presa che era stata sulla mia vita per più di due mesi era stata sollevata.

Andateveneaffanculo, corrieridimmerda.

L’Inizio

Bene. L’Inizio. La parte più difficile di tutto. Come si comincia una cosa? Non è facile come sembra. Cosa si vuole fare? Come si deve fare? Cosa gli altri vogliono che venga fatto? La risposta a tutto è “boh”. Non si sa. Perché è l’Inizio. Ah, la freschezza della parola “Inizio”. Con quella Z sbarazzina in mezzo alle due I.

Questo blog lo apro perché potrò sfogarmi un po’. Come le ragazzine isteriche dei telefilm americani. Sarà un diario personale, che nessuno leggerà sperabilmente. Nascosto in piena vista, son troppo furbo.

Iniziare. Mi fa strano iniziare, ho sempre odiato iniziare. Perché quando inizi a fare qualcosa, vuol dire che non la sai fare. E se non la sai fare sei ridicolo, e se sei ridicolo la gente ti ride dietro e via via che al mercato mio padre comprò. Per questo non ho mai imparato a sciare. Per questo e per il rispetto che ho per la vita di coloro che su una pista da sci non si aspettano una massa da 75 chili che ai 30 all’ora entri loro nelle ginocchia. Che mi hanno detto non faccia bene. Ma questa cosa potrei saperla fare. Alla fine si tratta di scrivere e pensare, faccio le due cose da un sacco di tempo. Spesso non insieme, lo ammetto, ma non si può avere tutto dalla vita.

Direi che in questo blog parlerò di cosa mi succede nella vita, ma visto che non vivo in un film/fumetto/videogioco e che le storie sono molto più interessanti lì, credo che li commenterò. E visto che sono un poco nerd, ne commenterò un sacco.

Bene, a fine dell’Inizio. Già mi piace.